Testi sacri e impatto sulle popolazioni

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Novella terza del primo giorno del Decameron (Giovanni Boccaccio)

Il giudeo Melchisedech con una novella su tre anelli evita un gran pericolo, preparatogli dal Saladino.

Appena Neifile terminò la sua narrazione, su indicazione della regina, Filomena cominciò a parlare. Ella disse che la novella raccontata da Neifile le aveva riportato alla memoria l’episodio accaduto ad un giudeo, udito il quale, forse sarebbero diventate più prudenti nel rispondere ai quesiti posti da altri.
Iniziò il racconto dicendo che la stupidità, talvolta, gettò l’uomo da una condizione di benessere in grande miseria e ,al contrario, il senno evitò al saggio grandi pericoli e lo pose al sicuro. Ciò si vedeva da molti esempi ed anche quella breve storiella lo avrebbe dimostrato.
Il Saladino che, grazie al suo valore, era diventato il sultano di Babilonia e aveva ottenuto molte vittorie sui saraceni e sui cristiani, aveva speso nella guerre tutto il suo tesoro ed aveva bisogno di molto denaro per un incidente capitatogli. Non avendo come procurarsi così rapidamente il denaro che gli serviva, si ricordò di un ricco giudeo , di nome Melchisedech, che prestava denaro ad usura in Alessandria. Pensò di avere da lui il denaro, ma il giudeo era tanto avaro che non lo avrebbe mai, spontaneamente, accontentato.
Costretto dal bisogno cercò una giustificazione che avesse parvenza di legalità.
Fatto chiamare l’usuraio, lo ricevette familiarmente vicino e gli chiese “Valente uomo, ho saputo da molti che sei saggio ed esperto nelle cose di Dio, per questo vorrei sapere da te, delle tre leggi, la giudaica, la saracena e la cristiana, quale reputi la più vera?”.
Il giudeo, da saggio qual’era, capì subito che il Saladino voleva metterlo in difficoltà e pensò di non poter lodare nessuna delle tre religioni, senza favorire l’intento dell’altro.
Aguzzò, dunque, l’ingegno e, subito, gli venne in mente la risposta che doveva dare e disse “ Signor mio, la questione che mi ponete è bella e vi risponderò con una favoletta.
Ricordo di aver udito molte volte che, nei tempi passati, vi fu un uomo molto ricco che tra i suoi tesori aveva un anello bellissimo e prezioso, che voleva lasciare in eredità ai suoi discendenti.
Nascose, dunque, l’anello e stabilì che il figlio che l’avesse ritrovato sarebbe divenuto il suo erede, onorato e riverito come fratello maggiore.
Colui che ereditò l’anello fece la stessa cosa con i suoi discendenti e così l’anello passò, di mano in mano, a molti successori. Infine, giunse nelle mani di un uomo che aveva tre figli belli, virtuosi e obbedienti, che amava in egual misura.
I giovani sapevano della consuetudine dell’anello e, ciascuno per sé, come meglio sapeva, pregava il padre affinchè, dopo la morte, gli lasciasse l’anello.
Il padre, che amava parimenti i tre figli, non sapeva decidere a chi lasciare il gioiello. Allora, avendolo promesso a tutti, pensò di voler accontentare tutti e tre.
Di nascosto, da un buon orafo, fece fare altri due anelli, tutti somiglianti al primo ed egli stesso a stento riconosceva quale era quello vero.
Sul punto di morte, in segrato, diede a ciascuno dei figli il suo anello.
Dopo la sua morte ciascun figlio, per ottenere l’eredità e gli onori del padre, mostrò il suo anello.
Non si potè riconoscere quale era l’originale, poiché gli anelli erano del tutto simili.
Rimase, pertanto, irrisolta la questione su chi fosse il vero erede del padre; ed ancora oggi non è stata risolta.
Signor mio, vi dico che delle tre leggi date da Dio ai tre popoli, sulle quali mi poneste la domanda, ognuna crede, giustamente, che la sua regola e i suoi comandamenti siano i più giusti, ma come per gli anelli, la questione è ancora irrisolta”.
Il Saladino riconobbe che costui aveva saputo uscire abilmente dal tranello che gli aveva teso e, perciò, gli espose con franchezza le sue necessità, per vedere se poteva aiutarlo, con la stessa saggezza che aveva dimostrato nella risposta.
Il giudeo, spontaneamente, dette al sovrano tutto il denaro che gli fu chiesto.
Il Saladino, poi, gli restituì tutto il dovuto, gli fece grandissimi doni, lo considerò sempre suo amico e lo tenne presso di sé con grandi onori.

Morale: i tre figli non riescono a riconoscere il vero anello e dovranno eseguire la volontà del padre.

Tutte e tre le religioni note come abramitiche in quanto rivendicanti Abramo come parte della loro storia sacra (l’Islam, l’Ebraismo e il Cristianesimo), hanno fatto del “Libro” la loro <<patria>>. I loro libri (Corano, Tōrāh e Bibbia – cristiana) sono tre aspetti diversi della medesima parola divina, rivelata in epoche successive a tre diversi popoli>>.

Due brani significativi al riguardo, uno del Corano, l’altro biblico.

<<La notte in cui Dio gli fece dono della missione profetica e si mostrò in questo modo misericordioso con i suoi servi, Gabriele venne da lui, secondo il volere divino. Mentre il profeta dormiva, l’angelo gli si presentò con indosso una veste di broccato, e uno scritto fra le mani. Gli disse: “Leggi!” – “Non so leggere”, rispose Muhammad. Gabriele lo strinse con forza, fin quasi a soffocarlo, e farlo sentire in punto di morte. Poi lo lasciò, e disse ancora: “Leggi!” – “E cosa devo leggere?” rispose Muhammad, ma lo fece solo per liberarsi di lui, nel timore che potesse fare di nuovo quello che aveva fatto prima. Disse Gabriele: “Leggi, in nome del tuo Signore che ha creato, ha creato l’uomo da un grumo di sangue! Leggi! Che il tuo Signore è il Generosissimo, Colui che ha insegnato l’uso del calamo, ha insegnato all’uomo ciò che non sapeva”. Muhammad recitò quelle frasi, l’angelo lo lasciò e se ne andò via. Il Profeta si levò dal sonno, e fu come se quelle parole fossero scritte e incise nel suo cuore>>.

Le parole di Gabriele sono ritenute, quasi unanimamente le prime parole rivelate, secondo la tradizione, a Maometto. Esse sono i primi cinque versetti della “Sura 96”: <<La Sura del grumo di sangue>>.

Questa Sura spiega bene il concetto “trascendente” di “fratellanza”, che è alla base del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune  (4 febbraio 2019 Papa Francesco, Ahmad Al-Tayyeb).

L’altro brano è del profeta Ezechiele.

[Il Signore] mi disse: “Figlio dell’uomo, mangia ciò che ti sta davanti, mangia questo rotolo, poi va e parla alla casa d’Israele”. Io aprii la bocca, ed egli mi fece mangiare quel rotolo, dicendomi: “Figlio dell’uomo, nutri il tuo ventre, e riempi le tue viscere con questo rotolo che ti porgo”. Io lo mangiai: fu per la mia bocca dolce come il miele. Poi egli mi disse: “Figlio dell’uomo, và, recati alla casa d’Israele, e riferisci le mie parole”.

E’ l’inizio della vocazione profetica di Ezechiele, identica a quella di Geremia, o di Giovanni.

Tutte e tre le religioni (l’Islam, l’Ebraismo e il Cristianesimo) note anche come abramitiche in quanto rivendicanti Abramo come parte della loro storia sacra), hanno fatto del “Libro” la loro <<patria>>. I loro libri (Corano, Tōrāh e Vangelo) sono tre aspetti diversi della medesima parola divina, rivelata in epoche successive a tre diversi popoli>>.

 

Religione e Verità

Un problema che oggi viviamo e che viene dai tempi remoti, è la difficoltà del religioso ad avvalorare il testo sacro di un’altra confessione. C’è accettazione dell’altro Credo ma non c’è un pensiero possibilista che nella mente di questo possa far valere anche la verità esposta in un altro testo sacro oltre che quello di appartenenza religiosa. Quindi non c’è un atto di sincerità, una reale apertura nella comprensione e quindi una messa in discussione di tutto il complesso delle religioni abramitiche, ma un mero atto di diplomazia volto alla convivenza data la mescolanza attuale dei popoli con cui si aprono scenari di integrazione, direi talvolta non dei più semplici.

Il versetto religioso del Corano citato in apertura dell’articolo, dovrebbe fare da epigrafe al dialogo interreligioso, divenuto oggi urgente, in un mondo dove diverse confessioni vivono una accanto all’altra, ognuna con la propria verità. Esso serve anche a sviluppare (o a chiarire) l’idea di un’Europa diversa. C’è un atto unico che accomuna i credenti delle diverse religioni: la preghiera. Quando in alcune occasioni vediamo uniti insieme i rappresentanti delle tre religioni (o di altre) a pregare per gli obiettivi più gravi e urgenti dell’umanità, allora comprendiamo le grandi parole di Gesù: <<Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli glie la concederà. Poiché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io, in mezzo a loro>>. In quel momento, quegli uomini stanno pregando un solo Dio.

Nessun dialogo tra le religioni, né tra le diverse culture, vi può essere, se perdura la convinzione della superiorità di una rispetto alle altre. Convinzione non ancora del tutto superata: ovvero, quella convinzione che la propria religione contenga “la verità”, e le altre sono nell’errore. Nonostante le dimostrazioni di superamento della “chiusura” di una volta, la convinzione che la propria religione sia corretta rispetto alle altre (quindi il pregiudizio) continua a persistere.

Questo meccanismo viene inoculato praticamente nel corredo genetico, essendo che veniamo da millenni di guerre dove Dio, il re, la politica e la fede hanno marciato strette e tutt’oggi tali sistemi perdurano; qui si innesca il meccanismo della violenza, il concetto di eretico,  di cui la storia è pienamente condita di guerre, conquiste, torture. Dove nasce la Violenza? E’ insita nell’Uomo o gli è indottrinata?

Dobbiamo poi constatare che gli esseri umani entrano in conflitto tra loro spes­so per interessi materiali: ricerca di terre o di petrolio, di oro o di argento, accesso all’acqua. Ovviamente non si tratta di negare che molti leader politici ab­biano saputo giocare la carta religiosa per un aumento della mobi­litazione bellica. Ma molti dei conflitti che ci sono stati presentati – e lo sono tuttora – come opposizioni di natura intrinsecamente religiosa sono in realtà di altra natura, ma usano la religione come pretesto per assoldare umani pronti al sacrificio. Una situazione decisamente emblematica è il conflitto israelo-palestinese, spesso presentato in modo semplificato.

 

Preambolo sullo stato di natura dell’essere umano.

Si tratta di capire se è nato prima l’uovo o la gallina. Insomma, che cosa conduce l’essere umano alla Violenza?

Analizzando i primati…

Recenti studi pubblicati su Nature sullo studio dei primati Jose Maria Gomez, biologo evoluzionista dell’università di Granada, ha comparato il tasso di violenza infra-specie (cioè la tendenza a uccidere un individuo della propria stessa specie) di diversi mammiferi: ha scoperto che tutti i primati, incluse le scimmie e gli esseri umani, sono molto più violenti degli altri mammiferi. Nello studio, ripreso dallo Scientific American, si stima che la violenza infra-specie causi circa il 2% delle morti tra i primati non umani: la stessa frequenza che i paleontologi stimano per gli uomini primitivi, che hanno vissuto prima della rivoluzione del Neolitico (cioè la nascita delle società complesse), cosa che spinge Gomez a pensare a una forte componente genetica della violenza, come tratto comune a tutti i primati.

Tre luminari dei secoli scorsi hanno collocato l’uomo primitivo nello stato di natura, cercando una risposta razionale alla natura violenta insita in lui, ovvero da cosa nasce la violenza nell’essere umano e quali sono le ragioni. Dunque Thomas Hobbes, nel suo Leviatano (1651), scrive che nello stato di natura gli uomini posseggono i medesimi diritti su qualsiasi cosa, combattendo, così, una guerra che li vede gli uni contro gli altri. Homo homini lupus. Ma esso ha, comunque, interesse a che questa guerra cessi, altrimenti sarebbe costretto a trascorrere l’intera vita a combattere. Ecco che, allora, gli uomini formarono le società, stipulando un contratto sociale, che Hobbes chiamò “Patto”, con cui limitavano la propria libertà, accettando regole che sarebbero state fatte rispettare dal Leviatano, il capo dello Stato.

John Locke, invece, nell’opera Due trattati sul governo (1690) riteneva che lo stato di natura fosse quello in cui gli uomini godessero della libertà di regolare le proprie azioni e di disporre dei propri possessi come meglio credessero, entro i limiti della legge di natura, senza dipendere dalla volontà di nessun altro. Ciò detto, precisò il filosofo, la libertà e l’uguaglianza degli uomini non implicavano che lo stato di natura fosse uno stato di licenza: nessuno aveva il diritto di distruggersi e di distruggere gli altri per la propria conservazione. Lo stato di natura, infatti, era limitato da una legge di natura, che coincideva con la ragione, sulla cui base era possibile costituire una società ordinata, con rispetto e uguaglianza reciproca. Secondo la medesima legge di natura, che sottintendeva la pace e la conservazione di tutti gli uomini, era necessario sia conservare e difendere gli altri, anche sopprimendo l’offensore, sia punire i trasgressori di questa legge. Per il principio di uguaglianza, tutti potevano far osservare questa legge: nessuno aveva superiorità e giurisdizione assoluta o arbitraria sopra un altro.

Per il filosofo ginevrino Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) gli uomini primordiali erano individui isolati – diversi dagli animali solamente a causa del possesso del libero arbitrio e della capacità di perfezionarsi – dominati dall’impulso all’autoconservazione e da una disposizione naturale alla compassione e alla pietà verso i simili. Quando, però, l’umanità fu costretta a vivere in comunità, a causa della crescita della popolazione, subì una trasformazione psicologica, in seguito alla quale cominciò a considerare la buona opinione degli altri come un valore indispensabile per il proprio benessere. Lo sviluppo dell’agricoltura e della metallurgia, con la conseguente creazione della proprietà privata e della divisione del lavoro, portarono a una crescente dipendenza reciproca degli individui e alla disuguaglianza tra gli uomini. La conseguente condizione di conflitto, tra chi aveva molto e chi poco o nulla, fece sì che il primo Stato fosse concepito come una forma di contratto sociale, suggerito dai più ricchi e potenti.

La Violenza come condizione necessaria alla Sopravvivenza

Tutto è cominciato da una serie di domande. Domande difficili, quelle che l’uomo si pone da: “Chi ci ha creato?” e “Dove andiamo a finire quando moriamo?”. Per la religione la risposta è semplice: Dio.

“Pensiamo a un uomo o a una donna della preistoria. Svolgendo le loro attività quotidiane, si accorgono di una cosa: che quello che fanno non dipende del tutto da loro. Qualcosa sfugge sempre al loro controllo: è qualcosa di misterioso, che non potranno mai conoscere e dominare. A un certo punto, cercano di dare un volto a questo mistero e di mettersi in rapporto con esso: la religione nasce forse in questo momento” (Prof. Natale Spineto, docente in Storia delle Religioni, Università di Torino)

Gli antichi consideravano “divino” tutto ciò che, in Natura, non riuscivano a spiegare: la Pioggia, il Cielo, il Mare. Per questo le prime grandi civiltà della storia erano politeiste (una parola che viene dal greco polis “molto” e teos “dio”): credevano cioè nell’esistenza di tanti dèi quanti erano gli aspetti “magici” del mondo intorno a loro.  Insomma: gli dèi erano molto potenti, erano anche crudeli, e per questo gli antichi ne avevano paura. “Per accattivarsi le potenze soprannaturali ci si spingeva persino a sacrificare loro esseri umani”, dice Gerhard Staguhn, un giornalista tedesco che sull’argomento ha scritto il libro “Breve storia delle religioni”.

Ma sarà stato davvero solo questo il motivo? Un abbaglio, peccato di ingenuità dei popoli primitivi e di quelli arcaici già strutturati in una civiltà o c’è stato motivo di vivere nel terrore e di trovare una strategia per sopravvivere?

La Torah è stata scritta 3.100 anni fa, durante il viaggio dei figli di Israele dall’Egitto, attraverso il deserto, verso la terra di Israele. Il viaggio degli Ebrei nel deserto è durato quarant’anni. La sacra Torah è la sola copia esistente e non può essere cambiata; è il libro principale della saggezza della Kabbalah.

La Bibbia (dalla parola Greca “Biblia” che significa libro, rotolo, carta) e altri libri con spirito simile ma nomi diversi, sono stati scritti sulla base della Torah e sono passati attraverso un sistema di correzione che è idoneo solo per particolari persone.

Questo è anche ciò che è avvenuto fra gli Ebrei nell’antica terra di Israele 2.500 anni fa, così come dopo la distruzione di Israele 2.000 anni fa.

L’Ebraismo non esalta la guerra e tende verso la pace universale.
Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci. Una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione e non insegneranno più la guerra (Isaia 2:4; Michea 4:3).
La pace è la condizione ideale verso cui bisogna tendere: “Allontanati dal male e fa’ il bene, cerca la pace e perseguila” (Salmi 34:15).
Le vie [della sapienza] sono vie dilettevoli e tutti i suoi sentieri sono di pace (Proverbi 3:17).
Io farò regnare la pace nel paese (Levitico 26:6).
L’effetto della giustizia sarà la pace, il risultato della giustizia tranquillità e sicurezza per sempre. Il mio popolo abiterà in una dimora di pace (Isaia 32:17).

Bibbia: alcune citazioni

Genesi, 19:26 – Dio, impassibile davanti alla proposta di stupro delle figlie vergini di Lot, trasformò sua moglie in una statua di sale per aver commesso il nefando crimine di essersi guardata le spalle.

Genesi, 38: 8-10 – Giuda pregò Onan di dormire con la moglie di suo fratello – ucciso da Dio per la sua malvagità – incoraggiandolo: “Va’ dalla moglie di tuo fratello, prenditela in moglie come cognato e suscita una discendenza a tuo fratello.” Onan ottemperò, “ma ogni volta che si univa alla moglie del fratello, disperdeva per terra, per non dare una posterità al fratello.” Dio ritenne questo un gesto malvagio e lo punì con la morte.

Esodo, 2:12 – Mosè scorse un egiziano che picchiava un ebreo. Si guardò intorno e, non trovandovi testimoni, “uccise l’Egiziano e lo nascose nella sabbia.“

Esodo, 7:2-4 – Dio “indurì” il cuore del faraone e pianificò i suoi “prodigi nel paese d’Egitto.“

Esodo, 7:20-21 – Dio trasformò l’acqua del Nilo in sangue. Tutti i pesci morirono e l’acqua divenne imbevibile.

Esodo, 8: 6-7 – Dio inviò una piaga di rane che “coprirono il paese d’Egitto.“

Esodo, 8:16 – Dio inviò una piaga di zanzare.

Esodo, 8:24 – Dio inviò una piaga di mosche velenose. “La terra fu devastata.“

Esodo, 9:5 – Dio, con l’ennesima epidemia, sterminò tutto il bestiame d’Egitto; “ma del bestiame dei figli d’Israele non morì neppure un capo.“

Esodo, 9:10 – Dio inviò una piaga di “ulceri che si trasformarono in pustole sulle persone e sugli animali.“

Esodo, 9:22-25 – Dio inviò una piaga di grandine che colpì uomini e animali, e che spogliò i campi.

Esodo, 12: 29 – Dio uccise il primogenito di ogni famiglia egiziana la cui casa non fosse stata contrassegnata da sangue d’agnello.

Esodo, 17:13 – Il bastone di Dio, retto dalle mani di Mosè sulla vetta del colle, permise a Giosuè di sterminare Amalec e la sua gente “passandoli a fil di spada“.

Esodo, 21:20-21 – Per la legge di Dio “se uno bastona il suo schiavo o la sua schiava fino a farli morire sotto i colpi, il padrone deve essere punito” – “ma se sopravvivono un giorno o due, non sarà punito, perché sono denaro suo.” – Dio approvava la schiavitù.

Esodo, 32:27 – Alla vista del vitello d’oro, Dio comandò ai figli di Levi: “Ognuno di voi si metta la spada al fianco; percorrete l’accampamento da una porta all’altra di esso, e ciascuno uccida il fratello, ciascuno l’amico, ciascuno il vicino.” – “In quel giorno caddero circa tremila uomini” e Dio ne fu compiaciuto.

Levitico, 26:7-8 – Dio ricompensò l’obbedienza assicurando che ogni nemico sarebbe perito per la spada.

Levitico, 26:22 – Dio ammonì la popolazione che, qualora non lo avessero ascoltato, avrebbe inviato loro le bestie feroci: “che vi rapiranno i figli, stermineranno il vostro bestiame, vi ridurranno a un piccolo numero, e le vostre strade diventeranno deserte.“

Quindi dobbiamo parlare di “Violenza e religione” nel senso che è la stessa violenza che genera la religione e non viceversa oppure di “Religione e violenza” nel senso che è in genere la religione a motivare e alimentare la violenza, già insita in un essere che riflette l’opera di un Creatore altrettanto violento?

 

Uomini che incontrano Dio

Nella storia delle religioni ci sono state persone che Dio dicevano di averlo incontrato: come Mosè, Maometto e Gesù. Le rivelazioni che Jahve, Allah e Dio affidarono loro, messe per scritto diventarono le “sacre scritture” dell’Ebraismo, dell’Islam e del Cristianesimo, le tre grandi religioni monoteistiche (dal greco monos “unico” e teos “dio”, cioè “che crede in un solo Dio”). Nel caso dell’induismo, la terza religione più praticata al mondo, furono invece i Rishi (i saggi veggenti dell’antica India) a comporre, intorno al 1500 a.C., i quattro libri sacri degli indù: i Veda. Fateci caso: nonostante le differenze, tutte le religioni alla fine si somigliano.

Oggi

EbraismoNumero di fedeli nel mondo: 14 milioni

Cristianesimo (ad ampio raggio) –  Numero di fedeli nel mondo: 2,2 miliardi

Islamismo  Numero di fedeli nel mondo:  1,5 miliardi

René Girard, professore di letteratura francese negli Stati Uniti alla fine degli anni ’50, morto nel 2015, ha un approccio interessante a questo campo. Invece di cercare la “originalità” delle opere, cerca ciò che essi possono avere in comune antropologicamente e offre una quadrilogia chiave in altrettanti libri, oltre alla moltitudine da lui redatti:

  1. Menzogna romantica e verità romanzesca (1961);

Il suo primo libro dedicato alla critica letteraria dove enuclea i capisaldi della “teoria mimetica”.

  1. La violenza e il sacro (1972);

E’ il libro che lo rende un maître à penser : qui scopre la funzione del “meccanismo vittimario”, della stessa correlazione fra la violenza e il sacro, del capro espiatorio come motore della storia, della cultura umana e della stessa ominizzazione.

  1. Delle cose nascoste fin dalla fondazione del mondo (1978);

E’ un capolavoro del XX e XXI secolo. Qui, dopo aver ripreso e ridefinito le due colonne precedenti, la teoria mimetica e l’origine del sacro, presenta la demistificazione del meccanismo vittimario  grazie alla tradizione giudeo-cristiana. Ovvero, è nel messaggio e nella sorte di Gesù che avviene la demistificazione ‘scientifica’ del meccanismo vittimario e, per estensione, dell’intera cultura umana.

  1. Portando Clausewitz all’estremo (2007);

Dopo trent’anni di innumerevoli approfondimenti la quarta colonna si basa sul commento del trattato sulla guerra di un generale prussiano, Carl von Clausewitz. La demistificazione evangelica del meccanismo vittimario apre la strada a due possibili esiti: – l’assunzione della responsabilità etica della non-violenza oppure – lo scatenamento dell’apocalittica, che può anche portare alla deflagrazione delle culture umane non più sorrette dalle grucce del sacro.

Girard riprende la teoria di Hobbes del “tutti contro tutti” al “tutti contro uno”, ovvero la “teoria del capro espiatorio”; secondo questa ipotesi, al colmo della parossistica violenza generalizzata e immotivata, pian piano avviene, a causa dell’imitazione in cui il modello diventa rivale, una  progressiva polarizzazione su un individuo di fatto irraggiungibile. Si aziona il meccanismo del “linciaggio collettivo” appena viene prodotta l’unanimità violenta contro di lui. Immediatamente dopo l’orda del linciaggio la collettività sperimenta uno stato di quiete e benessere comunitario; di conseguenza la vittima, prima responsabile di tutta la violenza del gruppo comincia a essere considerata responsabile anche del successivo benessere.

Successivamente, il meccanismo si ripete altrove. Dopo una serie di eventi spontanei di questo tipo, il gruppo comincia  a ritenere che per fermare la violenza intraspecifica (cioè propria dello stato di natura nell’uomo), occorre il linciaggio collettivo di un membro del gruppo. Quindi, il linciaggio passa da evento spontaneo a evento programmato ad intervalli regolari. Per superare il problema della violenza ‘cattiva’ (autodistruttiva per il gruppo), occorre produrre un fenomeno di violenza ‘buona’ (costruttiva per il gruppo).

Chi è arrivato fino a qui sta pensando alla Crocefissione? (anche su questo ci sarebbe da dire, data la successiva Resurrezione!!)

Nasce così il “sacrificio”, quell’azione ‘sacra’ per eccellenza (capace di ‘separare’ e ‘ordinare’) che genera da una parte la comunità (i sacrificatori) e dall’altra la divinità (la vittima sacrificale). Quindi il sacrificio diventa la pietra miliare dell’evoluzione dell’uomo grazie alla sua funzione antropizzante; permette cioè la costruzione di comunità stabili in grado di fronteggiare le proprie originarie crisi.

In questo scenario, il Corpus Christi combacia nella preghiera di Agnello di Dio, che toglie i peccati nel mondo, Dona a noi la Pace.

 

Sacrificio rituale di un innocente

Analizziamo la Violenza attraverso il sacrificio rituale di un innocente. C’è qualcosa che vi sembra meno sensato e atroce dei sacrifici umani rituali?  L’uomo di oggi, tendenzialmente ateo, comune, che naviga in internet e conduce una vita “occidentale” riterrà per la maggiore che la religione faccia impazzire i popoli. Quando il filosofo del diciannovesimo secolo Søren Kierkegaard cercava una contraddizione nel pensiero razionale dei tempi si rifece al momento in cui nel Vecchio Testamento si dice che Abramo porta Isacco sul monte per essere sacrificato. Quale potrebbe mai essere il senso di sacrificare il proprio figlio? Ci può essere un approccio materialista e di ordine economico in tutto questo? Assolutamente sì! Il figlio era quanto di più “caro” , in termini di risorsa, Abramo potesse avere.

1 Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». 2 Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». 3 Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato. 4 Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo. 5 Allora Abramo disse ai suoi servi: «Fermatevi qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi». 6 Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutt’e due insieme. 7 Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: «Padre mio!». Rispose: «Eccomi, figlio mio». Riprese: «Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?». 8 Abramo rispose: «Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!». Proseguirono tutt’e due insieme; 9 così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna. 10 Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. 11 Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». 12 L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio». 13 Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. 14 Abramo chiamò quel luogo: «Il Signore provvede», perciò oggi si dice: «Sul monte il Signore provvede». 15 Poi l’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta 16 e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, 17 io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. 18 Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce». (Genesi 22,1-18)

 

Acquistare la vittima sacrificale; massimo sacrificio con il minimo dispendio?

Le interpretazioni di una comunità rendono, talvolta, bizzarre e raccapriccianti le dinamiche dei sacrifici; uno studio di comportamenti insoliti nel tentativo di restituire una spiegazione razionale ai sacrifici umani sui Kondh dell’Orissa , una regione dell’India orientale, su materiale della metà del diciannovesimo secolo effettuato da Peter Leeson, Professore di Economia e Diritto presso la George Mason University ( pubblicato sul Journal of Behavioral Economics , disponibile inoltre sul suo sito web) spiega che queste comunità acquistavano regolarmente persone innocenti, spesso bambini, ma non solo. Organizzavano una grande festa del sacrificio—in mancanza di una parola migliore, alla quale erano invitati a partecipare i membri di comunità e villaggi vicini, per assistere al massacro rituale della persona che avevano acquistato.
Il fatto che la vittima del sacrificio venisse acquistata, richiama la tattica del massimo sacrificio con il minimo dispendio. Dispendio che però si traduce in termini economici, letteralmente, ed è quello di buttare via soldi. Per esempio, se qualcosa di inaspettato o negativo accadeva durante quell’anno, l’idea era che questa madre terra o divinità malevola fosse in collera con loro e dovesse essere placata con il sangue di un innocente acquistato per il sacrificio. Si tratta di una deviazione del senso originario del sacrificio, per dire che alla base di tutte le forme di sacrificio umano ci sono una scelta e una spiegazione razionale. In questo caso c’è una particolare spiegazione legata all’acquisto e all’omicidio rituale di una persona innocente.

 

Morire in una guerra santa; ideologia dell’Islam e guerra nella tradizione islamica – differenze e strumentalizzazione terroristica

Si legge nel Corano: Combattete per la causa di Allah coloro che vi combattono, ma senza eccessi, poiché Allah non ama coloro che eccedono (Corano 2, 190). Colpite loro ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciato: la persecuzione è peggiore dell’omicidio (Corano 2, 191). L’occasione della rivelazione del versetto sembra essere la guerra dei musulmani di Medina per recuperare i beni di cui essi, esuli dalla Mecca a Medina, furono spogliati. Ma, nella comunità islamica successiva, il versetto divenne la base dei giuristi islamici (fuqahâ) per giustificare la cosiddetta “guerra difensiva”, per tutelare i territori dell’Islam.
Un’altra sura sembra incitare alla battaglia contro i miscredenti, i politeisti e la “Gente del Libro” (ebrei e cristiani). Nel il famoso “versetto della spada”, si legge: Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché versino umilmente il loro tributo, e siano soggiogati (Corano 9, 29). Bisogna combattere due categorie di persone: i politeisti che non credono nella religione rivelata per mezzo di Maometto e quelli “della Gente del Libro” (cristiani ed ebrei), i quali, se accettano di pagare il tributo (jizya) ai musulmani, potranno vivere nei territori dell’Islam, da loro protetti (dhimmî) ma sottomessi. Questo versetto, che può essere frainteso, va inserito nel contesto storico della rivelazione. Alcuni, infatti, interpretano questo versetto come un vero e proprio incitamento ad uccidere chi non crede, prima fra tutti i politeisti. Il versetto rende il pentimento dei politeisti e il pregare, unica condizione per essere risparmiati. L’occasione della rivelazione del versetto, in realtà, si rivolge alla spedizione militare di Maometto contro Tabûk, in territorio bizantino. I Bizantini, che avevano sconfitto i Persiani occupando l’Egitto e la Siria, cominciarono infatti a volgere le loro attenzioni a sud, verso la penisola arabica.
In questo passo “incriminato” del Corano Allah fissò le norme sul trattamento dei prigionieri e sulla convivenza con genti di altre fedi nel caso di vittoria della comunità musulmana. Così la qualifica di dhimmî (protetti) non solo esentava la “Gente del Libro” dal pagamento della zakat (elemosina obbligatoria da dare ai poveri), ma, grazie alla jizya (l’imposta di protezione) potevano partecipare ad ogni tipo di attività sociale dello Stato. Tutto questo è ribadito in un hadith del Profeta: Nel giorno della Resurrezione, io stesso [Allah] sarò nemico di chi ha dato fastidio ad un dhimmî.
Un altro versetto che può dare adito ad un’interpretazione sbagliata dell’Islam è: O voi che credete, combattete i miscredenti che vi stanno attorno, che trovino durezza in voi (Corano 9, 123). Per qualcuno il versetto incita tutto l’Islam a combattere coloro che li circondano. Il vero significato di questo versetto, ricercato sempre nel contesto storico per il quale fu scritto, è che i musulmani vennero a conoscenza che sia i Bizantini sia i Sasanidi avevano intenzione di attaccare Medina, capitale del nascente Stato musulmano, e decisero di prevenire l’attacco aggredendo per primi. Il problema era quello di scegliere la strategia esatta, ossia quale dei due popoli andava attaccato prima? Allora fu rivelato questo versetto, che raccomandò ad attaccare il nemico a loro più vicino (“chi vi sta intorno”), i Bizantini.

L’attuale forma di martirio islamico risale all’ayatollah iraniano Ruhollah Khomeini, che la teorizzò alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso. Khomeini concettualizzò l’ascesa al “paradiso islamico” di coloro che avessero sacrificato la loro vita per uccidere i nemici o gli infedeli. L’ayatollah applicò questo concetto durante la guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta del 1900. Gruppi di ragazzini (i famosi pasdaran) erano mandati ad aprire la strada attraverso i campi minati, oppure direttamente incontro alle truppe nemiche. Ai giovani martiri era consegnata una chiave per facilitare il loro ingresso in paradiso. Nell’autunno del 1982, il governo iraniano emanò anche una disposizione in cui stabiliva che i giovani che volevano sacrificarsi per la Nazione, non avevano bisogno del consenso dei genitori. La teorizzazione dogmatica di Khomeini è messa in pratica il 30 maggio 1972, quando un gruppo di fondamentalisti islamici giapponesi compie un’azione militare all’aeroporto di Lod (l’attuale Ben Gurion) di Tel Aviv senza pianificare una via di fuga. Da questo momento inizierà la messe degli attentati suicidi contro Israele e gli occidentali in genere.

Il Jihâd significa invece “impegno totale per la causa di Dio” (al- Jihâd fî sabîli-Ilâhi), quindi in un certo senso richiama alla “lotta per Dio”, si legge nel Corano: Combattano dunque sul sentiero di Allah, coloro che barattano la vita terrena con l’altra. A chi combatte per la causa di Allah, sia ucciso o vittorioso, daremo presto ricompensa immensa (Corano 4, 74). Tuttavia, lotta in ogni caso non necessariamente vuol dire confronto materiale, perché si può lottare anche interiormente e spiritualmente: è la guerra dell’io contro le sue malvagità e il controllo delle proprie passioni, che allontanano dalla legge. Dice il profeta Mohammed: Dio non vi proibisce di essere buoni e giusti nei confronti di coloro che non vi hanno combattuto per la vostra religione e che non vi hanno scacciato dalle vostre case. Dio ama coloro che si comportano con equità. (Corano 60,8). La Jihad oggi ha tre significati: 1) che la pace sia salvezza (significato ascetico mistico Jihâd ‘ala nafs – Sforzo su sé stesso),  2) Islam come via della salvezza, la fonte di abbeveramento per la pace attraverso un ordine che combatte la corruzione e la trasgressione, ristabilendo la Sharîî’a (Legge di Dio). 3)L’ultimo significato è quello fondamentalista-radicale: Sayyid Qutb, (il teorico da cui derivano tutti i gruppi fondamentalisti e terroristi) considera l’Islam una lotta non solo morale e spirituale, ma anche militare e, soprattutto, missionaria. La guerra quindi non può essere solo difensiva, ma anche offensiva, poiché con essa si deve assicurare il governo della Sharîî’a. Per Sayyid Qutb il Jihâd armato appartiene alla natura dell’Islam ed è il mezzo per salvare le anime perdute dell’umanità.
Tutti però concordano su una caratteristica: poiché è prescritto da Dio, tramite Maometto, il Jihâd è un ibâda (atto di culto), quindi diviene una delle chiavi che apre le porte d’accesso al Paradiso. Chi muore nel Jihâd è per sempre un martire della fede, uno shahid.

 

Violenza e religione

Come coniugare correttamente questi due termini? Dobbiamo parlare di “Religione e violenza” nel senso che è in genere la religione a motivare e causare la violenza, oppure dovremmo invece parlare di “Violenza e religione” nel senso che è la stessa violenza che genera la religione e non viceversa? Miriamo tutti al Paradiso facendo la guerra? Qualcosa non torna.

Nel secolo scorso sono state due ideologie atee – il nazismo e il comunismo, che volevano entrambe sopprimere ogni religione – a provocare il numero più alto di vittime della violenza dei tempi moderni. Ideologie che possono apparire inoltre come altrettante religioni, con i loro dogmi, le loro gerarchie e le loro scomuniche. Quindi alla base del conflitto umano c’è una natura violenta; i Testi Sacri ne dipingono le caratteristiche e danno, a loro volta idea di un dio brutale che opera per spegnere la natura violenta dell’essere da lui creato. Chissà se dietro a tutto ciò ci sia una insita l’ ammissione nell’avere operato, da un angolo dell’Universo, un esperimento che di base presupponeva una violenza prevista e che, attraverso il sacrificio ciclico non si cerchi uno stato di quiete volto all’evoluzione. In questo mondo non è facile distinguere, nelle diverse epoche storiche, la separazione tra potere e religione, tra politica e religione. Banalmente lo vediamo in chi sventola il rosario, in chi ha fatto miliardi dietro il vestito del buon cristiano, e altri esempi, più o meno sinceri.

Mircea Eliade, uno dei più grandi studiosi di religioni, diceva che il sentimento religioso fa parte dell’uomo: si tratta piuttosto di un’esperienza radicata nel profondo della coscienza umana e nella coscienza del gruppo: è  su questa esperienza che si fonda addirittura la singola personalità e la vita della collettività. Anche l’ateo ha una presa di posizione (il distacco e distanziamento da tutte le dottrine), essendo ancorato al concetto di ciclicità del tempo in fondo, crede a una conclusione all’esistenza, più o meno astratta,  e tende ad assimilarsi alla concezione pessimistica della storia; ovvero l’idea che non si marci verso alcuna mèta e che prima o poi tutto ricomincerà da capo.

Comunque tutte le riflessioni conducono ad una sola risposta. Riallacciando Mircea Eliade a René Girard la struttura antropologia dell’uomo è la mimesi. Essa può generare situazioni positive, che mortalmente negative (come la rivalità e la violenza mimetica). La ‘religione’ nasce come risposta difensiva a questa violenza mimetica. Una risposta che ‘usa’ la violenza per ‘neutralizzare’ la violenza, basandosi sulla menzogna della colpevolezza della vittima.

Distinguendo fra ‘violenza buona’ e ‘violenza cattiva’, il sacro permette il progressivo sviluppo delle culture e un dosaggio frutto di elaborazione intrinseca di bene e di male attraverso cui si istituiscono le istituzioni e le civiltà, che però sono fondate propriamente sulla violenza e sulla menzogna.

All’interno di questa plurimillenaria storia dell’uomo però si è generata una presa di coscienza di questo meccanismo menzognero, fino al suo completo disvelamento e creando le condizioni per una nuova svolta antropologica dove la scelta etica della verità delle vittime e del rifiuto cosciente della violenza può sostituire il meccanismo sacrificale, al fine di dare un fondamento nuovo alla cultura e alla comunità mondiale che, in questa epoca è stretta tutta insieme nella morsa di una pandemia, il covid-19, che ci ha resi tutti uguali e nudi di fronte alla fragilità dell’esistenza.

L’esito della civiltà umana però, ora basato sulla libertà e sulla volontà etica, non è scontato. Siamo di fronte al bivio tra deflagrazione apocalittica o presa di coscienza e ricomposizione di una nuova collettività.

La guerra di religione: ‘In pratica vi state uccidendo per decidere chi abbia l’amico immaginario migliore’. (Richard Jeni)

Ignorando

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