Verso la fine della fisica. Vita e Multiverso

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L’articolo comincia proprio dall’associazione di queste due parole, perché tanta è la confusione in merito ad entrambe. Problemi da una parte e dall’altra. Non si vede chiaro, né da una parte e né dall’altra. Da secoli. Millenni di obnubilamento. Oggi sappiamo che circa 6 milioni di anni fa i progenitori dell’uomo attuale hanno cominciato a differenziarsi dai progenitori degli attuali scimpanzé: qualsiasi cosa si intenda per religione, è plausibile che gli scimpanzé non l’avessero, ma si può affermare la stessa cosa dei nostri antenati di Cro-Magnon e dei neandertaliani di 40.000 anni fa? Ma chi prega l’uomo per identificare Dio secondo come è stato tramandato? La Parola, il Verbo che dice cosa devi sapere ma te la interpreti a modo tuo, quindi è vero il tuo credo come il credo di un altro e perciò uno vale l’altro, tanto la Verità non la si sa. Quando si pensa al qualcuno che ci ha voluti e che in qualche modo governa le redini di questo pianeta, la vita (creazionismo e/o evoluzionismo?), la morte, il dopo (il niente o l’aldilà?), come lo si immagina/classifica/quantifica? Possiamo ipotizzare che lo sviluppo delle religioni abbia attraversato fasi diverse, ed è lecito supporre che la cristianità, il buddismo e altre fedi rappresentino uno stadio evolutivo più recente rispetto ai sistemi di credenze tribali? Siamo talmente diversi e scollegati, gli uni dagli altri, etnie da etnie, popoli da popoli, chicchi di riso più o meno novelli sorti su terreni lavorati da contadini diversi che hanno fatto le diverse qualità, ma tutti coabitiamo su un puntino di terra, visto da fuori. Si alzano gli occhi scrutando la gola oscura sopra al capo, ricolma di luci pesantemente silenti in quella vastità comunemente definita cielo e, dopo tutte le baggianate su Dio è unico tra frustate per punire peccati di fede e percorsi in ginocchio sui ceci per redimersi (non ho ancora ben capito da cosa e per cosa) a qualcuno finalmente è venuto il dubbio che forse questa figura è stata creata per “definizione”, per il bisogno di identificazione di un concetto incomprensibile a delle certezze da conoscere in uno smarrimento generale e per il potere che una fede esercita sull’ignoranza intesa come non conoscenza e che, effettivamente ci sono altri “Soli” dove orbitano sistemi in cui potrebbe tranquillamente regnare la vita (ma…allora, quanti creatori ci sono? Quanti Horo? Quanti Jahvé? Possibile che la mente sia solo una?). Ma a proposito del fattore ignoranza, vediamo di analizzare una questione di fondo che, allora, mi fa piuttosto pensare a una natura, un imprinting. Tutte le società umane, più o meno arcaiche, hanno sviluppato un sistema di credenze e hanno avuto una religione. Cos’è la “religione”, in definitiva? Poiché un sistema di credenze costituisca una religione, deve necessariamente presupporre la fede in una o più divinità, o in una forza sovrannaturale? E’ sufficiente questo o serve qualcos’altro? Si ha la necessità di “definire” per capire, con il piccolo problema che si definisce secondo la propria capacità interpretativa o livello di comprensione. Tra i popoli moderni, la sfera religiosa è dominata tuttora da istituzioni di tipo tradizionale: le principali religioni dei nostri tempi sono nate tra i 3000 e i 1400 anni fa, in società molto più piccole e tradizionali di quelle che le professano al giorno d’oggi. Sapere i significati che la religione ha trovato nel tempo risolve in buona parte gli errori sulla concezione globale della realtà in cui siamo immersi e, pertanto, ci fa comprendere qualcosa sulla visione distorta elaborata dallo stesso essere umano in relazione all’Universo, il quale ha filtrato la sua vista attraverso un Dio a misura d’uomo (della logica di comprensione ed elaborazione del concetto stesso) che fa da paravento rispetto al Sapere, e questo si riflette un po’ in tutte le cose prette della natura umana, un esempio il non aver dato la giusta rilevanza al noncoding DNA per la sua indecifrabilità e quindi l’averlo bypassato per decenni definendolo addirittura con il termine “junk”, così, al fatto che si utilizzi una minima parte del cervello (se dovessimo concludere allo stesso modo è roba “junk” la parte non utilizzata!) ma, anche, una minima conoscenza delle leggi che ci governano ci sono bastate a trarre le conclusioni nei secoli passati circa l’esistente e l’inesistente, negando scientificamente l’esistenza di un fenomeno non quantificabile (solo ora stiamo entrando nella concezione di una “scienza quantistica”, siamo alle soglie del crollo delle certezze per definizione in luogo della variabile e della probabilità, dell’evento, dell’informazione piuttosto che del valore decimale di misurazione). Siamo a cavallo nel pensiero dell’uomo, anche se esiste ancora molta confusione; si sono aperti tanti orizzonti ma, contemporaneamente, bisogna superare certi intoppi sostanziali, legati alle culture.

Costi opportunità

Spesso la religione chiede agli individui e alle società enormi investimenti di tempo e di risorse. I mormoni, per esempio, sono tenuti a devolvere alla chiesa il dieci per cento dei loro guadagni. E’ stato calcolato che gli indiani Hopi dedicassero in media un giorno su tre alle cerimonie religiose, e che in passato un quarto della popolazione tibetana fosse composta da monaci. Quanto all’Europa medievale cristiana, la quota di risorse destinate alla costruzione e alla dotazione di personale per chiese e cattedrali è nota per la sua rilevanza ed importanza tra i fedeli. Tutto questo dare è tradotto in costi opportunità, investimenti veri e propri di tempo e risorse che potrebbero essere impiegate in tutt’altro. Quali sono perciò i benefici della religione, tali da impedire ad una società atea di conquistare il mondo? Quali sono le <<funzioni>> della religione? Proviamo ad immaginare un essere straordinariamente evoluto della galassia di Andromeda, che viaggi per l’universo spostandosi qua e là a una velocità superiore a quella della luce; questo abitante di Andromeda visiterà periodicamente la Terra, sulla quale l’evoluzione della vita è stata possibile unicamente all’energia esatta della luce del Sole e dalle reazioni chimiche organiche e inorganiche. Immaginiamo un lasso di tempo che va dal breve periodo compreso tra l’11.000 BC e l’11 settembre 2051; in questo periodo la Terra è stata dominata da una forma di vita che si autodefiniva umana, caparbiamente aggrappata a certe strane teorie. Tra queste, l’esistenza di un essere onnipotente chiamato Dio, un essere con la barba bianca e la tunica il quale, tra i milioni di miliardi di miliardi di specie esistenti nell’Universo prediligeva per l’appunto la razza umana; a questa entità onnipotente, creatrice, venivano attribuite caratteristiche affini a quelle umane, con la sola aggiunta dell’onnipotenza. Per gli andromediani questi sono dei deliri degni di studio più che di fede, giacché essi conoscono com’è stato veramente creato l’Universo e, siccome nell’Universo ci sono miliardi di forme di vita ben più interessanti e avanzate, è assurdo pretendere che un essere onnipotente possa riversare particolare attenzione nei confronti della specie umana o avere qualcosa in comune con essa. Sarà mica questo il motivo per cui non abbiamo visto ancora nessuno (quindi piuttosto primitivi per essere considerati face to face)?!? Tra le varie cose, questi andromediani immaginari hanno anche appurato l’esistenza di migliaia di religioni umane, diverse tra loro fuorché per la sola caratteristica che i seguaci di ciascuna fede sono convinti che soltanto la loro religione sia autentica, e tutte le altre false. Da cui si deduce, in ultima analisi, che tutte le religioni sono false. Di fatto, la constatazione di questo popolo è che la fede in una divinità come Dio era ampiamente diffusa tra le società umane. Gli andromediani hanno ben compreso i principii della sociologia universale, e con quelli cercano di capire perché gli umani si ostinassero a professare una religione anche se ciò comportava enormi dispendi di tempo e di risorse sociali oltre che individuali, senza contare i comportamenti autolesionistici e/o suicidi. Secondo gli andromediani – che stiamo considerando come soggetto osservante esterno tipo in un lasso di tempo “da a” la religione offriva una qualche forma di compensazione, altrimenti le società atee, non gravate da esborsi di tempo e risorse né ostacolate da impulsi suicidi, avrebbero senz’altro rimpiazzato le società religiose. Come viene definita la religione dagli abitanti del pianeta?

Alcune definizioni:

1. <<Riconoscimento da parte dell’uomo dell’esistenza di un potere sovrumano, e specificatamente di un Dio personale al quale si deve obbedienza>> (Concise Oxford Dictionary).

2. <<Qualsiasi sistema specifico di credenze e venerazioni, spesso comprendente un codice etico e una filosofia>> (Webster,s New Word Dictionary).

3. <<La religione, nei termini più generali […] consiste nel credere che vi sia un ordine invisibile e che il nostro bene supremo stia nell’adeguarci armoniosamente a quell’ordine>> (William James).

4. <<In un’ottica transculturale, l’elemento comune a ogni religione è la convinzione che il sommo bene sia definito da un ordine non visibile associato a una schiera di simboli che aiutano gli individui e i gruppi a regolare le proprie vite in armonia con quell’ordine, e da un impegno emotivo teso al raggiungimento di quell’armonia>> (William Irons).

Antropocentrismo

Il pensiero antropocentrico si può dire nasce con l’ominide ed è andato gradualmente sviluppandosi a mano a mano che questo si accorgeva di essere l’animale più astuto e quindi il più forte perché in grado di pianificare imboscate alle prede, costruire armi e rifugi appropriati, di proteggersi il corpo con vestiti. Si sente creatura privilegiata; con l’uomo nasce anche l’idea di Dio e le prime preghiere rivolte alla divinità (oltre ad invocare la protezione della stessa contro gli elementi naturali e per la buona riuscita della caccia), verso un Creatore così magnanimo nei riguardi della specie umana (probabilmente qualcosa sarà anche stato concesso e, quindi, la continua preghiera per riottenere i benefici che si sono vissuti ha determinato le credenze). Di conseguenza si convince che gli animali e la natura fossero fatti da Dio per essere messi a disposizione dell’uomo, come un’immensa dispensa alla quale attingere a piacimento. Sono convinta che queste circostanze siano sorte a seguito di eventi concreti e casi di protezione verso esseri che sono stati definiti e inquadrati come divinità perché dotati di capacità superiori. Nell’opera di Marsilio Ficino, Theologia Platonica, l’autore dapprima esalta l’uomo come creatura in grado di esercitare delle arti e di migliorarle con la pratica; in seguito lo elogia per la sua capacità di piegare la natura al proprio volere, rendendosi così autosufficiente. In tal senso, l’uomo è creatore, perché corregge le opere della “natura inferiore” e imita la natura divina, quindi è simile a Dio. Questo discorso merita un articolo a parte, ma basta ad allacciarsi al fatto che l’uomo, riconoscendo nella sua forma quella del suo “dio” ha concluso di essere un derivato minore del Dio creatore stesso.

Spesso le interpretazioni conducono all’errore e determinano il corso delle cose. Nell’opera “Oratio de hominis dignitate” di Pico della Mirandola, l’autore afferma che l’uomo, creatura di Dio, fu creato come una creatura indefinita, che ha la libertà di plasmarsi a proprio piacimento, decidendo se elevarsi al rango delle “cose superiori che sono divine” oppure “degenerare nelle cose inferiori, che sono i bruti”.

Il problema è stato proprio il capire il senso di questa affermazione, elaborandola ad una formula copiativa di sé stessi in relazione alla concezione del Dio che si è altrettanto definito nell’immaginario umano; questo è il grande limite che ha determinato un freno nell’evoluzione, la concezione antropocentrica che ormai ci portiamo dietro da secoli e che ha inciso nel concetto di progresso e di dominio nelle azioni umane. Il limite è dato dall’uomo come unità di misura rispetto alle cose (Protagora diceva che l’uomo è la misura di tutte le cose, e tale affermazione è stata fatta propria dall’Umanesimo seicentesco, emerso al Medioevo, fase storica che muta la mentalità umana e che si accompagna ad una fioritura economica e al benessere materiale, una luce più ottimistica della realtà in cui l’uomo non è più creatura debole e vittima del suo destino ma artefice di sé stesso, il dio della tangibilità). L’essersi eletto a dio della tangibilità ha concorso, per contro, in quel meccanismo di negazione dell’ignoto in cui è racchiusa la conoscenza complessiva delle cose e del sistema universale, la quale ha continuato a marciare verso la direzione che, scientificamente, ciò che non è misurabile non esiste secondo le leggi fisiche e, siccome per essere il dio della tangibilità ciò che non è fisico non serve considerando che la morte non si può ovviare, il solo discorso che si è adoperato è stato il guadagnarsi la “grazia divina” (o il beneplacito delle forze sovrannaturali) sperando di tutelarsi da questo grande vuoto di conoscenza attraverso le donazioni, i rituali e i sacrifici.

La fede nel fatto che nonostante la morte si sia in qualche modo immortali e, quindi, vicini al concetto di Dio, fa sentire meno fragile il senso della vita stessa. Come potrebbe questa sorta di culla protettiva essere sgretolata dal fatto che il Dio immaginato è un placebo ad una realtà che ci vuole come esperimento, uno degli esperimenti che riguarda lo sviluppo di sistemi e forme di vita nell’Universo da parte di esseri universali che abbiamo incollato al concetto del Dio creatore facendone tutto un pastone che compatta spazio, tempo e forma?

Sono pertanto le credenze sorte attorno all’idea di Dio come figura rassicurante a determinare lo scarto tra la Terra e l’Universo, soprattutto se si comprende che questo Dio modificato è stato tratto da un intervento alieno (inteso come “altro”), al quale è stato attribuito un nome (abbiamo deciso per la parola Dio!) cercando in maniera distorta di dare una spiegazione al giusto, ingiusto, iquo, iniquo ecc…, quando di fondo si tratta di pochi contorni alla sola spiegazione legata all’installazione di forme di vita all’interno di un sistema, dove si decide anche di che tipo di forme di vita si tratta e con che imprinting di base fare viaggiare le medesime. Quindi i creatori della vita provengono da forme evolute di esistenza; hanno la capacità e il compito di gestire i sistemi entro cui far sorgere civiltà, determinando anche la maniera entro cui queste debbano proseguire un percorso di esperienze (ciò spiega il perché non si debbano avere certezze, altrimenti avverrebbe un plagio alla lettura pulita del risultato che si vuole conoscere). Chi crede di essere il solo in tutto l’Universo o prova sbigottimento in queste righe appartiene già al passato. Va piuttosto presa in esame una struttura gerarchica per ogni situazione (come in alto così in basso) e la capacità di autodeterminarsi senza annientarsi nelle logiche dell’avanzamento di una civiltà equilibrata, anche se questo presuppone un adattamento e la modifica dei propri modelli, delle strutture sociali (su diversi fattori comprendenti la presa di coscienza della propria posizione in relazione all’intorno).

Liberarsi dalle sovrastrutture

La sola cosa che ci proietterà nel futuro è la garanzia di una sopravvivenza e, pertanto, lo sviluppo di una concezione ecocentrica è già un buon passo per il superamento dell’antropocentrismo, il primo problema da superare, dotarsi perciò di un approccio responsabile di vita, corredato di tecnologie e materiali di ultima generazione ad impatto zero; ma anche la modifica delle strutture sociali è altrettanto fondamentale, l’abbandono delle certezze su convinzioni dogmatiche o modelli basati su fondamenta limitanti, perciò si tratta proprio di attuare volontariamente una crescita nel migliore dei modi, variare i bisogni di possesso, il concetto di ricchezza, di valenza che non sono quelli che crediamo noi secondo i criteri imposti di etico e non etico ma secondo percorsi che determinano l’avanzamento strutturale di una società. Capire che siamo un corpus di vita su un pianeta servirà a superare conflitti basati su problemi attualmente miseri e tuttavia devastanti. Non bisognerà più basarsi sulle credenze tra mille versioni di un Dio che, di fondo, include più artefici in periodi diversi di un progetto evolutivo di una civiltà; va acquisita la dignità di una razza a tutti gli effetti, e non di tanti agglomerati di esseri umani con versioni discordanti del concetto di Verità. Prima la razza umana si sgrezzerà da questi fattori prima riuscirà a mettersi in piedi senza sprofondare e divenire lo scheletro di qualcosa su cui altri eventuali andranno a fare i turisti. L’adattamento genera il cambiamento.

Universo in espansione. Vita e Multiverso

Quando i cosmologi dicono che il nostro universo è in espansione, si basano soprattutto su prove relative al moto apparente delle galassie. In un mondo bidimensionale che si trova sulla superficie di una sfera di gomma le galassie assomiglieranno a piccoli coriandoli rotondi incollati sulla superficie della sfera. Né l’interno né l’esterno della sfera esistono per gli abitanti di questo mondo; la superficie è tutto il loro universo. Si tenga presente che un simile mondo non ha un centro, geometricamente parlando: nessun coriandolo della superficie è diverso da qualsiasi altro (ricordarsi che il centro della sfera stessa non è parte di questo mondo). Un universo così non ha neanche dei limiti o un bordo: se un punto si spostasse in una direzione sulla superficie sferica, non raggiungerebbe un margine. Ora, cosa accadrebbe se la superficie della sfera venisse gonfiata? Indipendentemente dal coriandolo in cui vi capitasse di trovarvi, vedreste che gli altri coriandoli si stanno allontanando. Inoltre, quelli più distanti si allontanerebbero più in fretta: un coriandolo due volte più lontano di un altro si allontanerebbe due volte più in fretta, dato che nello stesso intervallo di tempo percorrerebbe una distanza doppia. In un universo in costante espansione si scopre anche che la velocità di espansione aumenta man mano che questa si dilata. Si scopre anche che l’energia negli spazi meno densi e “vuoti” (che non sono vuoti) è racchiuso il 72% dell’energia dell’universo. Le leggi del nostro universo hanno permesso la comparsa di forme di vita intelligenti, su base carbonio, determinato dalla “cenere” che si spande nel cosmo dall’esplosione delle nane rosse, come semi che vengono distribuiti casualmente un po’ ovunque, pronti a germogliare presso condizioni favorevoli. Perché non dovremmo credere che esistano forme di vita avanzate che gestiscono “le condizioni favorevoli” di tali sviluppi? Maggiore è l’evoluzione maggiormente complessa è la composizione di un essere vivente, ecco perché agli occhi di un essere umano appare impossibile definire se Dio si trovi fuori o dentro a tutto ciò, non riuscendo a comprenderne l’identificazione che salta fuori dal distanziamento del suo Dio da sé stesso. Ovviamente le caratteristiche dell’uomo dipendono in modo cruciale dalle proprietà della Terra e dalla sua storia, ma alcune condizioni di base sembrano indispensabili perché la vita intelligente possa materializzarsi in qualunque forma. L’esistenza di galassie formate da stelle e pianeti orbitanti intorno a un certo numero di stelle sembra una di quelle condizioni. Inoltre, la nucleosintesi all’interno delle stelle deve formare gli atomi di alcuni elementi indispensabili alla vita, come il carbonio, l’ossigeno e il ferro. Il cosmo dovrà anche esser tale da produrre ambienti abbastanza ospitali, e che siano tali abbastanza a lungo, perché quegli atomi formino i primi composti della materia vivente e quest’ultima possa evolvere al livello della vita intelligente. E’ possibile in teoria immaginare universi <<controfattuali>> non adatti alla comparsa della complessità, intendendo che nell’universo di cui parliamo le forze elettromagnetiche, gravitazionali e nucleari sono identiche a quelle del nostro universo, così come i rapporti delle masse delle particelle elementari, ma la costante cosmologica è mille volte maggiore; in un universo così la forza repulsiva associata alla costante cosmologica causerebbe un’espansione troppo rapida per la formazione delle galassie. Ma poiché non credo nella casualità della formazione degli universi, ritengo che esistano forme di esistenza evolute al punto da determinare gli equilibri dei medesimi, e che le forme di vita visibili ad un sistema come il nostro siano determinati dalla logica del controllo dell’evoluzione di un agglomerato complesso di vita come il pianeta Terra. Ecco perché noi non vediamo gli altri. Il punto è che siamo qui per essere guardati, non siamo noi a dovere vedere loro, poiché la nostra sola preoccupazione è quella di evolvere verso la direzione giusta, a quel punto le cose cambierebbero gradualmente, secondo gli step che si sono superati con esito positivo. Io credo che lo spazio vuoto determini, inoltre, una forza repulsiva tra un universo e l’altro. In una logica multiversale, facendo finta che non ci siano delle forme di coscienza a regolare la costante cosmologica, potremmo avere universi completamente privi di forme di vita, definendo quelli con forme di vita universi “biofili”. Potrei anche ipotizzare che alcuni universi siano prima scevri dalla vita per dei processi di assestamento e poi vengano in qualche modo gestiti per l’organizzazione di una nuova Terra del tutto simile alla nostra. Tuttavia questo ragionamento rimane ancora legato alla concezione antropica, dove ci si attende di vedere sempre forme umane da qualche parte. In realtà, i termini “multiverso” e “antropico” mandano in pappa il cervello di molti, e si avvicina ai pensieri estrapolati da Popper, si parla della <<fine della fisica>> perché il multiverso non è raggiungibile dall’osservazione diretta. Quelle che tradizionalmente abbiamo chiamato costanti fondamentali, leggi naturali, potrebbero e sono nulla più che variabili accidentali, norme locali di questo universo.

Conclusione

L’Uomo è attualmente ancorato alle leggi che conosce, di conseguenza la sua evoluzione è il limite al suo orizzonte. Non so dire se la possibilità di superare le proprie leggi in virtù di una nuova concezione dello spazio-tempo lo porti ad un avanzamento tale da mutarlo e da renderlo in grado di esplorare il Multiverso secondo la padronanza dello spostamento su scala spazio-temporale. Non so se consigliare di accettare i propri limiti, come invitava la Regina Vittoria, in quanto sarebbe stato sconveniente andare a cercare il pelo nell’uovo ai fini della felicità. Io so per certo che la definizione utopistica di felicità è uno specchio per allodole (o per allocchi), quindi anche in questa esortazione non ci vedo chiaro. Non so se dire, invece, alle grandi menti di sacrificarsi per aprire una porta verso la vera evoluzione. Il bivio dell’esistenza è regolato dal libero arbitrio, altro neo che bisogna gestire (abbiamo il di dietro poggiato sul fuoco e non lo sappiamo perché siamo seduti sulla botola); siamo poco più che scimmie o effettivamente abbiamo un “perché”? So anche che le cose veramente importanti non si ottengono se non si è messo in discussione almeno il 1000% delle proprie certezze.

Dott.ssa Debora Avola per Igno-Rando

Bibliografia

Papadia, M. Sopravvivere all’evoluzione. Adattamento e psiche umana, libreria universitaria.it edizioni

Greene, B. La realtà nascosta. Universi paralleli e leggi profonde del cosmo, Einaudi

Livio, M. Cantonate. Perchè la scienza vive di errori, BUR saggi

Bojowald, M. Prima del Big Bang. Storia completa dell’Universo, Saggi Bompiani

Diamond, J. Il mondo fino a ieri. Che cosa possiamo imparare dalle società tradizionali? , Einaudi

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