Esistiamo?

Premessa – 1. Come funziona un cervello umano – 2. Imprinting e coscienza – 3. L’Essere non esiste – 4. Se penso, esisto è diverso da Se penso, sono5. Dentro una realtà soggettiva e l’inganno dell’ego – 6. Più che zombie, siamo robot – 7. Staccarsi dalla coscienza artificiale: salvarsi dalla grande truffa

Premessa

La domanda designa un principio universale, che è in sé talmente semplice così come infinitesimamente complesso. Cos’è l’esistere, se non un’illusione data dal sistema in cui sei racchiuso? Puoi slegarti dalle cose che ti circondano ed affermare di esistere davvero? Che valenza hanno i termini “esistere” e “davvero”?

1. Come funziona un cervello umano

L’essere umano viene visto nell’ambito scientifico più che da quello poetico come contenitore di molti programmi (SOM, Sistemi Operativi Mentali) che si evolvono nel corso dello sviluppo dell’individuo e che possono essere accesi o spenti selettivamente e adattivamente allo stesso e identico modo in cui si <<accendono e sintonizzano>> i molti circuiti elettrici esterni che circondano l’ Umanità moderna. E’ difficile stabilire quali punti di riferimento o scopi permangono, una volta accettato che che il proprio sistema nervoso crea la propria realtà personale da un flusso eracliteo, da un continuum di pensieri.

Il cervello non è una cosa messa lì (anche se qualcuno potrebbe pensarlo) ma un computer bioelettrico: una rete vivente di oltre 110 miliardi di cellule nervose capace di 10 alla 2783000 esima interconnessioni, un numero più grande del totale di tutti gli atomi dell’Universo. In questo elegante computer microminiaturizzato ogni minuto vengono programmati 100000000 processi. Il cervello e il sistema nervoso, come il resto del corpo, sono progettati e programmati dal codice genetico.

L’essere umano, come tutte le altre forme di vita, è innanzi tutto <<un robot gigante creato dal Dna per fare altro Dna>> come ha osservato il Premio Nobel Herman J. Muller. In questo dato di fatto, ogni essere umano paga un prezzo pesante a causa dei suoi imprinting. La sopravvivenza e lo status equivalgono a rinunciare alle infinite possibilità di una coscienza priva di condizionamenti. Tale affermazione è stata prodotta e verificata nei miglioramenti ottenuti nel corso di una serie di studi oggettivi di riabilitazione penale, psicoterapia psichedelica e modifica della personalità su un numero di soggetti ad Harvard, tra il 1960 e il 1963 dall’allora giovane Dott. Timothty Leary che riuscì, col suo team, a tagliare del 90% il tasso degli arresti ripetuti (incarcerazioni), dimostrando come risultato un miglioramento psicometricamente quantitativo della personalità. Capisce che la personalità addomesticata all’interno della bolla sociale è un trascurabile frammento dell’esperienza e dell’intelligenza innata nel biocomputer umano da 110 miliardi di cellule entrando in quell’antica corrente di speranza che l’Umanità potesse evolvere a una coscienza superiore, la Coscienza Genetica che, a causa di fattori che illustrerò a breve, gli è fino ad ora negata. Nonostante tali ricerche, che vedevano come oggetto di studio e malattia da curare l’ “umanità” stessa, fossero basate su un principio salvifico oltre che su risultati concreti ed entusiasmanti, vennero gradualmente fatte dimenticare; determinate malattie non dovevano guarire!

Per quale motivo una razza (quella umana) è controllata in questo malo modo su una natura che tende all’evoluzione? Perché impedirgli la consapevolezza (che non è quella dell’essere, bensì dell’esistere e vedremo poi)? Alla base di tutto c’è lo studio del cervello e del sistema nervoso, che viene padroneggiato da sistemi di controllo che impediscono l’evoluzione umana secondo il giusto percorso che prevede, innanzi tutto, l’abbandono delle certezze e dei castelli sociali, dei costumi e delle abitudini che ci hanno creato intorno e che vengono comunemente accettate come cose giuste a cui omologarsi, comportamenti da sposare, costumi da acquisire e così via.

Siamo dei robot neurogenetici senza alcuna via di fuga, se non prima di prenderne atto. Solo a questo punto si possono riprogrammare i nostri software individuali. Vorrei partire da qualcosa terra terra per rendere chiara la situazione. Se prendiamo una giraffa appena nata che non vedrà mai la vera mamma ma, al posto di questa, vedrà una jeep in movimento, il suo programma genetico subisce l’imprinting del primo oggetto che vede e cercherà di seguirla, comunicare, allattarsi e persino accoppiarsi con questa. Allo stesso modo, anche gli umani subiscono l’imprinting – o agganciano i propri strumenti neurali – con oggetti esterni, per mezzo di quattro fasi:

1. Circuito di biosopravvivenza infantile (sicurezza-pericolo, qui e ora);

2. Circuito emotivo (muoversi, camminare, evitare di farsi male, aggirare ostacoli);

3. Mente , circuito verbale-simbolico (lo studente) / linguaggio e apprendimento;

4. Personalità, circuito sociosessuale adulto, dedicato al comportamento domestico.

Questi quattro circuiti sono tutti manipolabili, ed è di una facilità abnorme proprio come lo è il loro l’imprinting originale. Questo cosa significa; che l’essere umano può ed è gestito nonostante sia convinto del proprio libero arbitrio, in quanto l’Ego penserà sempre di essere padrone dei suoi pensieri e responsabile delle sue azioni. Questa dinamica è l’algoritmo di decodifica dati nel funzionamento del biocomputer umano, il SO di cui dispone e che, per vivere nel contesto che gli si presenta utilizza, associando automaticamente informazioni e determinando conseguentemente azioni (prevedibili) attraverso l’insieme delle scelte da cui balzerà un risultato complessivo.

2. Imprinting e coscienza

Riavvolgiamo il nastro dell’Ego e vediamo come ci si arriva. Nel momento in cui lo spermatozoo riesce a superare e penetrare la barriera dell’ovulo, si attiva e si avvia l’ “essere” secondo una serie di informazioni provenienti dalla Fonte originaria che da l’input, attraverso l’”anima”, il legante del primo al corpo fisico che si sta formando, tenendo presente diversi fattori, compresa la posizione geografica del concepimento. L’anima serve per tenere l’”essere” unito al corpo che interagisce e si interfaccia con la realtà (spazio-temporale) fino al momento della sua nascita.

Nel momento in cui questo “aggregato” (anima/corpo) lascia il grembo materno si attivano gli impulsi della cognizione soggettiva associati ad un’inversione di coscienza che prima collegava l’”essere” al corpo e si avvia una coscienza artificiale attraverso l’illusorio Ego (Io).
Tale coscienza artificiale inoltra tutte le percezioni a quattro funzioni precise, che definirò “cervelli” secondo quattro differenti gradi di elaborazione: biologica, emotiva, intellettuale e sociosessuale.

Vediamo in che maniera tali aspetti si plasmano e si possono modificare senza mai distruggere l’illusione dell’Ego.

Per tutta la durata della vita umana, quando il primo cervello, che definirò di biosopravvivenza segnala pericolo, ogni altra attività cerebrale viene interrotta. Si stoppa la razionalità, subentra l’istinto primordiale e tale istinto è direttamente collegato con la necessità personale di non perdere il controllo della situazione e di potere sempre riconoscere una condizione che lo tenga lontano dal rischio. Questo ha un’importanza chiave nella programmazione cerebrale perché determina l’atteggiamento primario del soggetto: non è sconosciuto questo sistema a chi si occupa di manipolazione e controllo sulle masse che, per creare un nuovo imprinting, riduce il soggetto a una condizione infantile, di vulnerabilità del primo cervello, ossia toccando sempre e sempre la componente della biosopravvivenza (stimolo a ripetizione del sistema della paura).

Il secondo cervello, quello emotivo, riguarda l’esperienza pratica in relazione alla volontà e si attiva quando il bambino comincia a utilizzare la forza muscolare per camminare, gattonare, evitare di cadere, superare gli ostacoli fisici e manipolare politicamente gli altri. Si fissano così dei riflessi che restano tali per tutto il corso della vita; un ego più forte o più debole, timoroso, dipendente od ostile sono dati ed assimilati in conseguenza al tipo di esperienza dell’ambiente che il soggetto affronterà. Per ricreare in questo punto la vulnerabilità del secondo cervello in un adulto sarà necessario portarlo a sentirsi come un bambino goffo e la sua tabella dei punteggi neurologica dovrà registrare il messaggio: <<Sono piccolo (nella dimensione), ignorante, inetto, spaventato e terrorizzato. Loro sono giganti, saggi, giusti, potenti e nel giusto>>. Tale impotenza può trasformarsi in panico arrivando ad applicare tecniche terroristiche e manipolazione psicologica. La ricettività (nonché vulnerabilità) giunge quando il soggetto arriva a credere: <<Non ho scelta, mi possono fare tutto quello che vogliono>>. E a questo punto il cervello emotivo spingerà il soggetto ad affidare sé stesso ad una figura più potente a disposizione. Basterà, ad esempio, isolare il soggetto dagli altri, di modo che questi sviluppi delle nuove abilità (l’apprendimento della lingua) per soddisfare anche le esigenze del primo (fame e riparo) e del secondo cervello (sicurezza e riconoscimento). Ecco perché gli esseri umani si conformano alla società in cui vivono, assomigliandovi sempre di più e diventando la copia dell’elemento più forte; qui siamo nel campo della mente razionale, il terzo cervello. Rispondete a voi stessi, arrivati fino a qui; fino ad ora quanto siete convinti di essere autentici nei vostri panni? Proseguiamo.

Poi c’è la personalità o quarto cervello, attivato ed impresso in età adolescenziale, quando un preciso segnale del Dna risveglia l’apparato sessuale iniziando a vivere una frenesia dell’accoppiamento; questo imprinting ha una vulnerabilità altissima ed è molto influenzato dalla variabile socio-domestica (la tribù). I comportamenti sessuali socialmente approvati vengono diretti verso la procreazione monogama, mentre il puro piacere viene spesso denunciato e perseguitato. Per continuare a mantenere la propria bolla di realtà diventa necessario circondarsi di rassicurazione tribale del tipo <<Siamo ancora tutti qui, non è cambiato nulla>>, evitando l’emarginazione; quando questo feedback viene a mancare gli imprinting, cominciano a sbiadire e l’uomo perde i propri punto di riferimento. La manipolazione mentale incide in un qualsiasi impianto di realtà attraverso ripetizioni continue, modelli, schemi, costumi; ed è questo il punto. Il concetto di realtà dell’essere umano è talmente fragile da crollare in qualche giorno se non gli viene fornito di tanto in tanto un input che gli ricorda chi è e che la sua realtà è ancora lì, dove lui crederà sempre e comunque di agire da individuo, per mezzo del suo Ego (Io: io sono, io faccio, io penso, io credo, ecc). In campo militare, per esempio, viene creata un’analoga isola di realtà: una volta che una persona vi entra, ne è completamente circondata, in ogni momento di ogni giorno. Per lo stesso motivo i governi rivoluzionari non osano ridurre la censura o liberalizzare la comunicazione allo scopo di cancellare i vecchi imprinting per il subentro e la fissazione dei nuovi.

Il lavaggio del cervello (volto all’omologazione, al sistema di controllo e gestione dell’essere umano, illuso di essere Sè stesso a decidere e agire), è una pratica che accade continuamente e sotto ogni imprinting; la sola ed unica protezione è conoscere bene come funziona il cervello, poiché le soluzioni a queste tecniche sono di tipo neurologico. Possiamo cessare di essere Zombie appena smettiamo di ripetere staticamente e senza fine gli imprinting che abbiamo ricevuto fra infanzia e adolescenza, e prenderci le nostre responsabilità personali, altrimenti è sicuro che lo farà qualcun altro. Solo prendendo in mano il pannello di controllo del nostro funzionamento cerebrale potremo ovviare tale serio problema.

3. L’Essere non esiste

Posso essere sicuro solo della mia esistenza, in quanto dubito e penso. Tutto il resto è illusione-simulazione. I neuroscienziati hanno infatti sempre più spesso messo in dubbio che gli uomini siano dotati di libero arbitrio, di volontà. Si sceglie spesso senza pensare sulla base dei quattro cervelli descritti sopra; solo a posteriori giustifichiamo con il ragionamento le nostre scelte.

Essere o non essere, questo è il dilemma” (Amleto, Atto III, scena 1) Per Amleto la vita è, infatti, una lista di pene e supplizi, una battaglia nel dolore. Mai fatti positivi, solo disgrazie. Non sarebbe meglio morire? Ecco, quindi, che la morte rappresenta l’unica via di uscita, l’unica salvezza, ma affrontarla dove porta? Da qui l’incertezza: vivere o morire?

Ebbene il discorso de l’Essere come se avesse un senso è un’invenzione/illusione, che ben differisce dall’esistere – di cui vedremo dopo – e che ha una soluzione molto semplice, ma prima bisogna comprendere da dove nasce tale errore concettuale, il quale poi si lega all’illusione dell’Ego da cui sorge tutta la serie di fraintendimenti che da sempre accompagna la vita umana nel noto dubbio amletico.

Prendiamo la prima delle illusioni chiave della filosofia. L’Essere, articolo + verbo.

Per chi non fosse italiano IL + ESSERE (articolo + sostantivazione di un verbo!).

Molte popolazioni al mondo non hanno nemmeno tale verbo; in cinese non c’è, il russo non ha il verbo essere al presente e molte persone al mondo mai parlano dell’essere perché non possono farlo poiché, per poterne anche solo parlare ci vuole, innanzi tutto, il verbo che lo definisce, la parola da potere impiegare nella costruzione della frase. Superato l’ostacolo e, una volta che il verbo Essere esiste quindi, definitolo, per arrivare a l’Essere bisognaprendere l’infinito del verbo (essere), prendere l’articolo “il”, e farlo diventare un sostantivo (reificazione/ipostatizzazione).

Un esempio di impossibilità della fattibilità della cosa per la lingua inglese è the being – l’ente, quindi cosa diversa, perciò intraducibile con the to be, il che significa che gli inglesi non possono neanche parlare de l’Essere.

Ma noi ci siamo riusciti, abbiamo inserito la maiuscola e abbiamo creato un oggetto partendo da un concetto.

L’Essere.

Da dove arriva questa idea de l’Essere? Esempi pratici sono:

– “E COSI’” (funzione veridica) – Parmenide è un filosofo;

– C’è una categoria di persone, quella dei filosofi (A), c’è un individuo di nome Parmenide (Pa) e tale oggetto appartiene alla categoria dei filosofi (Pa è contenuto in A);

ma se io dico

– i filosofi (A) sono eleatici (Y) (A=Y o Y=A), non c’è più un oggetto individuale (Pa) ma una categoria, quindi una categoria è contenuta in una categoria più grande.

– Parmenide è l’autore di quel libro (Pa = autore);

– Parmenide è bello, noioso; (soggetto e predicato)il predicato è vero di quel soggetto.

Questo si definisce letteralmente “copula”, unione.

Questo ultimo è il significato che viene dato al verbo “essere”, ossia l’ente (the being) è (is);

– L’ Essere (assoluto) = e’

Roba da poeti. Il vedente vede, l’amante ama, l’essere è, l’amore ama e il vedere vede.

Ernst Tugendhat, ad esempio, riconduce il problema dell’ontologia classica a una serie di problemi semantici, dovuti all’incapacità di svelare l’ambiguità dei significati linguistici in campo. Parmenide ha frainteso il significato di “essere” e non “essere” a causa del duplice valore della copula “è”, che indica sia esistenza sia identità, e il suo ragionamento, degenerato, è stato poi ripreso da Platone nella sua dottrina delle definizioni e dei concetti universali. Secondo questa interpretazione, quindi, l’ontologia è solo un’illusione del pensiero. Essere come illusione del pensiero.

Fin da Parmenide, infatti, i filosofi hanno cominciato a parlare dell’essere e del non essere; Parmenide è un eleatico (vicino Napoli) e si trova in un momento particolare della storia della lingua greca. Il greco antico era completamente diverso dalle lingue indoeuropee; noi siamo abituati a pensare agli oggetti e non alle azioni, infatti il nostro dizionario ha molti più sostantivi che non verbi, osserviamoil mondo esterno come fatto di oggetti e vediamo le azioni in modo secondario. Il greco antico ha, invece molti più verbi che sostantivi (esattamente il contrario) e, in più, i sostantivi erano di derivazione verbale; c’era, evidentemente, anche una visione diversa del mondo, un modo totalmente diverso di pensare.

Noi parliamo di materia, di spirito, di corpo e mente, ma nessuna di queste parole è associato ai termini greci antichi soma e psyche che, letteralmente, significavano “cadavere” e “vita” e non tutti i vari significati moderni che gli sono stati attribuiti in seguito. C’erano le due parole ma volevano dire il cadavere da una parte e vita dall’altra.

Il modo di pensare era differente; le emozioni erano collegate alle parti fisiche del corpo e avevano un substrato psicologico che veniva rappresentato attraverso le reazioni del corpo stesso. Il corpo cadaverico, il soma, era raffigurato integramente per esprimere che tutto il corpo non era più vivo. E’ tra il 1000 e il 500 BC che finisce il periodo di riformulazione della lingua greca e viene fuori Parmenide. Ad esempio, prima di questa fase c’erano quattro tipi diverse di negazione che poi sono confluite in una sola, e il verbo essere ha iniziato ad essere strutturatoin questo periodo. Ed è qui che verbo essere + negazione hanno originato il “non essere”, come contrario di “essere”. Il discorso di Parmenide nasce da questa novità linguistica; siamo ai primordi del pensiero (estremamente confuso) di cui sono rimasti 150 versi da non sottovalutare, dove tutto questo si origina.

I versi a cui mi riferisco si intitolano “Sulla Natura” e si tratta di un “viaggio”, compiuto dal filosofo, verso la Sapienza. Secondo l’interpretazione tradizionale, apparentemente la stessa dei discepoli di Parmenide, nel poema sono indicate due vie, fra loro opposte: la scelta di seguire la via della Verità oppure la via dell’opinione (per G. Reale sarebbero tre: “La prima via è quella della Verità, la seconda è quella dell’opinione errata dei mortali, la terza sarebbe […] la via che cerca di riguadagnare i fenomeni nell’ottica dell’Essere”). Per completezza invito a leggere i versi , almeno scorrendoli http://www.parmenide.info/Il_poema_di_Parmenide.pdf

N.B.:Se tra qualche tempo non si trovassero più cercare Parmenide, Sulla Natura

Platone, è allo stesso tempo uno dei più grandi seguaci ma anche il più grande critico di Parmenide. E’ anch’egli autore di un dialogo molto famoso intitolato Parmenide; essendosi accorto che c’è un problema nei versi di Parmenide nel dialogo, il sofista, fa intervenire Teeteto, un matematico, al quale, in rappresentanza di sé stesso, fa commettere il parricidio di Parmenide. Non ha infatti senso l’espressione “se l’uno è”, perché l’”essere è” è un copula che ha bisogno dei due elementi, quindi non si può usare “è” come predicato in quanto l’Essere assoluto; si può predicare soltanto l’essere relativo (es. Parmenide è un filosofo , è un essere relativo a un predicato di cui si predica la predicazione, l’essere filosofo). Poiché si può parlare solo di essere relativo il tutto si capisce, e da qui emergono le prime leggi dell’essere di Platone (non si può dire l’essere non è il non essere é quando il linguaggio parla del mondo).

Tali argomentazioni hanno con peso crescente rafforzato il dubbio tra i vari studi dei neuroscienziati circa l’autenticità, la consistenza di una vera volontà da parte degli uomini (del cogito, ergo sum , di Cartesio).

4. Se penso, esisto è diverso da Se penso, sono

Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e la nostra breve vita è conclusa da un sonno

SHAKESPEARE, da La Tempesta, atto IV, scena 1

L’ultima opera di Shakespeare sottolinea una questione cruciale dell’esistere, ovvero se ci siamo, è molto possibile l’ipotesi per cui siamo il sogno di una mente creatrice e questo si associa perfettamente agli studi quantistici secondo cui la mente crea e condiziona, plasma la realtà. Se osserviamo attraverso un potente microscopio le cellule di un qualunqe corpo fisico, sia esso umano o presente in natura, come anche un elemento chimico noteremo che oltre alle più piccole particelle a un certo punto non c’è più nulla (vuoto quantistico). In questo stato particolare a energia negativa, risiede l’infinita possibilità dell’esistenza. Superiamo tutte le nostre conoscenze in merito e immaginiamo la mente più evoluta che si possa pensare, come fosse un computer dalle potenzialità inquantificabili; per quale motivo, se la mente di un essere umano che osserva una “realtà”  ne condiziona le particelle quantistiche determinandone la direzione, un computer così potente non può essere capace, oltre che di osservare e pensare, determinare qualcosa che prenderà un’esistenza su varie scale di energia?

Questa è la sola, incrollabile certezza possibile, secondo Cartesio, di fronte a un dubbio che il filosofo estende fino a ipotizzare l’esistenza di un genio maligno che continuamente ci inganna su tutto, dandoci la falsa impressione di esistere. Eppure, anche solo per essere ingannato, l’uomo deve pur esistere in qualche modo. E proprio perché dubita, e quindi pensa, cosa di cui non può dubitare, l’uomo è certo di esistere. Almeno come sostanza pensante.


5. Dentro una realtà soggettiva e l’inganno dell’ego

La soggettività non è autentica; si riprogramma in base alle considerazioni derivanti dai qualia (plurale di quale), l’insieme delle caratteristiche sensoriali soggettive, dettagli qualitativi inesprimibili dalla percezione individuale, a cui soltanto il soggetto percipiente può accedere. E’ l’Io vivo la realtà data – anche se non so di che realtà si tratti – , secondo la mia percezione. Ciascuno vive un proprio mondo nel mondo, una versione dei fatti, una verità che è legata sia alle percezioni ma anche dalla prospettiva di osservazione. I qualia soggettivi delle sensazioni personali costituiscono un qualcosa di aggiuntivo e di diverso rispetto al ruolo causale e relazionale che le sensazioni fisiche possono svolgere all’interno dei processi cognitivi, tentando di spiegare la coscienza con i metodi della fisica . Ma in termini metafisici (C. I. Lewis) ci sono, nella nostra esperienza conoscitiva, due elementi: i dati immediati, come quelli dell’esperienza sensibile, che sono presentati o offerti al pensiero, e una forma, costruzione o interpretazione, che rappresenta il prodotto dell’attività pensante¹. La dinamica conoscitiva si svolge per l’interazione del dato, l’elemento “presentato” attualmente alla coscienza, e l’attività concettuale del pensiero che trascende continuamente il dato, interpretandolo. Le categorie sono il criterio di intelligibilità dell’esperienza, la quale tuttavia possiede un nucleo non concettualizzato, il dato appunto, che si offre a tale categorizzazione.
La realtà generale si restringe così ad un campo relativo, una realtà esclusiva dell’osservatore, tale per cui tutte le varie realtà saranno sempre differenti per interpretazione e comprensione.  
Una volta determinato l’Ego sulla base del principio descritto all’inizio, bisogna pensare che esso sia stato attuato per evitare che l'”essere” , una volta legato al corpo fisico e fatto venire al mondo,  potesse cercare di riallacciarsi alla Fonte attraverso un punto iniziale che in origine collegava la coscienza dell’essere con l’esterno e che questo stesso poteva essere successivamente usato come “porta” per ristabilire un contatto all’inverso, verso l’interno, con questa. Bisognava quindi evitare che ciò avvenisse creando un fattore che offuscasse la porta di accesso, portando il risultato ottenuto a guardare solo  verso l’esterno, attraverso il “desiderio” e il “bisogno”.
L'”Ego” fu così fissato con lo spirito (corpo di collegamento) intrappolato nella materia, inconsapevolmente. Il desiderio è direttamente proporzionale all’ego; più desiderio più ego che serve a saziarsi di questo, al contempo più ego più accresce desiderio, e più si è lontani alla coscienza dell’essere; mentre, più coscienza dell’essere, meno ego, meno desideri, meno bisogni. Il segreto sta nel tornare a invertire la sfera di coscienza al suo stato originale, ma ciò richiede l’abbandono di questo meccanismo che, per fortuna , essendo basato su grosse lacune (le consapevolezze e le risposte che si cercano nelle ideologie, religioni, credenze, scienza, ecc. hanno certezze molto instabili) venga affondato assieme all’illusione della realtà soggettiva.

6. Più che zombie, siamo robot

I neuroscienziati sono arrivati a pensare che quella degli zombie sia una realtà possibile, in quanto si tratta di menti che agiscono da automi con il bisogno di soddisfare la propria energia vitale (che nello zombie è mancante e brama istintivamente).

Il primo zonbi – in lingua creola haitiana – è figlio del voodoo e della superstizione. Gli albori di questa figura lo vedono come un servo-lavoratore non aggressivo, uno schiavo.

Per Nick Bostrom, filosofo dell’Università di Oxford, è plausibile che la nostra realtà sia una simulazione condotta da alieni. Non potremmo mai scoprirlo, a meno che un messaggio in cielo ce lo riveli, forte e chiaro, tipo scritta luminosa. O fossimo trasportati nel mondo degli alieni (che potrebbe a sua volta essere una simulazione creata da un’altra civiltà). Robin Hanson, economista della George Mason University in Virginia, teorizza qualcosa di ancora più inquietante. «Innanzi tutto», spiega, «anche se ce ne accorgessimo, gli operatori potrebbero fare un veloce rewind e cancellare la nostra scoperta: non potremmo capirlo». E c’è un altro problema: «A rigor di logica, le simulazioni di modeste dimensioni dovrebbero essere molto più numerose di quelle complesse, più difficili da creare. Dunque è più probabile che io stia vivendo in una simulazione nella quale sono l’unico essere senziente e tutti gli altri sono… zombie». Quindi la realtà non è nemmeno una realtà oggettiva in cui ne vivo una soggettiva, ma una simulazione in cui vivo l’illusione di una realtà soggettiva e, pertanto può essere mutevole, relativa e provvisoria, senza che me ne accorga.

Per tale ragione, più che zombie, io vedrei la questione come se fossimo dei robot che si comportano secondo i dati input, per mezzo dei quattro sistemi di decodifica che ho elencato, legati all’ego per mezzo del desiderio e del bisogno che si è portati costantemente ad avere. Ma possiamo conoscere come funziona il nostro sistema dal pannello di controllo e riuscire, pertanto, a staccarci dall’illusione imparando a gestirla, fino a ricollegarci con la coscienza genetica.

 

7. Staccarsi dalla coscienza artificiale: salvarsi dalla grande truffa

Ogni essere vivente ha memoria genetica, incaricata di trasmettere e riprodurre le specie, per questo il corpo sa a quale cellula spetta un determinato fattore quale per esempio una parte di una mano, di un fegato o un altra parte dell’organismo. Ciò è racchiuso nel Dna, che trasmette il pacchetto di dati per la creazione delle cellule.

La scienza sta ora capendo come funziona attraverso lo studio e la decodifica del genoma umano mentre quello che non sa ancora è quale gene porta a scrutarlo all’interno. Abbiamo una coscienza genetica, uguale a quella di chi ci ha progettati, con la differenza che non e’ attivata; questa fa parte anche del nostro codice sorgente. Siamo tuttavia solo simili, non identici ai nostri creatori perchè abbiamo, tuttavia, un limite di evoluzione imposto che non possiamo superare, almeno non in questo status.
Molti credono che questa coscienza genetica abbia a che fare con il sangue e le elites e pertanto mantengono la purezza delle loro linee per poter accedere alla coscienza genetica. Creatori ed elites devono rispettare tale accortezza.
Tutti gli altri devono percorre la strada che è stata illustrata in questo articolo, cominciando con il distacco dalle illusioni, dalla realtà soggettiva, dai bisogni e dal desiderio, giungendo alla distruzione e all’abbandono dell’ego.  Avere accesso alla coscienza genetica vuol dire divenire amministratori di noi stessi e ciò equivale a compiere il passo evolutivo decisivo per la razza umana, passando da progetto da gestire e monitorare dall’alto a corpus autonomo, capace di gestirsi in armonia e nell’ordine delle cose. Quando passeremo da schiavi a padroni di noi stessi ciò sarà il premio per avere mangiato dall’albero della vita. Solo allora avremo sconfitto la morte intesa come fine dell’esistenza, ricorderemo la nostra storia come “essere”, e il nostro spirito otterrà la continuità.

 

Dott.ssa  Debora Avola per Igno-Rando


Bibliografia

1) C.I. Lewis, Mind and the World Order. Outline of a Theory of Knowledge, New York-Chicago-Boston, Ch

Gli scritti sulla Coscienza Genetica, quella Artificiale  , sulla Realtà e l’Ego sono tratti e uniti dagli studi di Gianluca L., e riformulati nel contesto dell’ esistere secondo l’unione di questi con altro materiale da me raccolto. Si veda anche Odifreddi, P. per quanto riguarda la definizione de L’Essere, materiale video, Breve storia dell’essere. Di e con Piergiorgio Odifreddi.

2) Leary, T., Neuropolitica, il potere , la controcultura e l’America conforme, Castelvecchi, prima edizione digitale 2017.

Una parentesi che potrà apparire estrema; le autorità e gli stati hanno demonizzato per decenni la cannabis nonostante le note proprietà in diversi ambiti, curative e allevianti per le neurodegenerazioni. Chissà perchè non si deve avere a che fare con lo stato alterato di coscienza, la trasformazione dell’ego, la metamorfosi mentale e la roulette dei ruoli sessuali, seppure a proprio rischio e discapito. In che modo si rifletterebbero le testimonianze circa i punti appena espressi? Potrebbe essere distruttivo o, invece, rivelare un percorso di estraniazione dall’omologazione degli imprinting e di meditazione tipica dello sciamano e dei popoli più primitivi o tribali (tipiche per la trance e lo stato alterato di coscienza) che, per quanto meno tecnologici, sono più a contatto dei popoli industrializzati con il soprasensibile?

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