Fantascienza. Cosa (ci) illustra dell’Universo?

Indice: 1. Introduzione – 2. Origini – 3. Astrogazione. Il viaggio nello spazio. – 4. FTL – 5. Mitologia extraterrestre – 6. Alieni e scienziati pazzi.

1. Introduzione

Si ritiene che la fantascienza, in quanto genere letterario, abbia uno statuto assiomatico- speculativo. Chi scrive fantascienza si sottomette a delle precise regole. Se è bravo e intelligente può crearle ed eventualmente imporle agli altri scrittori, ma anche in questo caso si riconosce di appartenere a una comunità ed è disposto ad accettare ogni verifica o controllo delle regole che ha scelto e della loro applicazione. Racconterà di amori, viaggi e avventure, ma sempre a partire da un meccanismo logico che è in definitiva il senso del racconto.

Robert Heinlein afferma che nella fantascienza tutto comincia con un ‘ che succederebbe se?’ e il nuovo fattore aggiunto dal che succederebbe se può essere talmente imprevedibile e rivoluzionario, da mutare l’andamento di una sinusoide in qualcosa di irriconoscibilmente diverso. Che succederebbe se gli alieni si presentassero alla Casa Bianca? O se gli alieni arrivassero e ci facessero schiavi o ci annientassero?

2. Origini

Nella seconda metà del secolo XVIII, si manifestò, in Gran Bretagna, una enorme accelerazione nel ritmo della produzione industriale. Risalgono a quest’epoca le classiche invenzioni e le innovazioni legate allo sviluppo della produzione; il filatoio meccanico di Hargreaves, il telaio meccanico di Cartwright, la macchina a vapore di Watt e così via, man mano che il progresso si diffuse nei paesi in sviluppo. Il cosiddetto periodo della detta rivoluzione, denuncia un radicale cambiamento e, pertanto, un balzo in avanti nella popolazione, attraverso un aumentato benessere. Al di là del fatto che gli effetti globali scaturiti nei secoli a venire siano stati devastanti in termini di inquinamento, speculazione, corruzione ed altri fattori della mal gestione dello stesso progresso.

Accadono, comparativamente, una serie di altrettante migliorìe nell’epoca della rivoluzione industriale, aprendo un nuovo scenario nei risvolti produttivi dell’umanità.

Entrando nel dettaglio dell’epoca, la lana inglese viene affiancata al cotone indiano che una legge italiana proibisce agli indiani di trasformare in loco. Di conseguenza, sorge la necessità di trasformare altrove la materia prima. A questo punto si colloca la rivoluzione del vapore, perché al frame, una grande macchina per filare, viene applicata la macchina a vapore di James Watt, alimentata a carbone. Il ciclo conclude con la rivoluzione dei trasporti prima grazie alle costruzioni di canali e strade, poi con l’invenzione della locomotiva a vapore, costruita nel 1829 da George Stephenson che progetta anche la prima linea ferroviaria facendo scorrere i treni su rotaie. La rivoluzione industriale sposta il lavoro sulle fabbriche dove l’economista scozzese Adam Smith teorizza la <<divisione del lavoro>>. Contemporaneamente avviene la rivoluzione economica perché la necessità di grossi capitali per impiantare un’impresa da origine al capitalismo, con la conseguente nascita del proletariato.

Come incastrare la fantascienza in tutto ciò?

Nel clima intellettuale che si era creato, le speculazioni del problema dell’evoluzione e della selezione naturale erano frequenti, favorite anche dai resoconti scientifici delle esplorazioni nei mari tropicali e l’intera cultura dell’epoca risentiva di questa complessiva atmosfera di irrequietezza.

E’ in questo periodo, dal punto di vista storico-letterario, che nasce il <<Romanzo Gotico>>, ossia il diretto antenato della fantascienza.

Mary Wollstonecraft, la seconda moglie del grande poeta Percy B. Shelley, subì l’influenza del mondo culturale della sua epoca; le sue opere, sono debordanti di elementi dello stile gotico: descrizioni di grandiosi scenari, sensazioni violente e così via.

Lo stesso <<Frankenstein>>, una delle sue opere più note, per molti aspetti, ha le caratteristiche del romanzo gotico, differente dalla produzione letteraria del periodo, per un tratto di genuina scientificità.

Nell’opera, infatti, lo scienziato Victor Frankenstein riesce a portare alla vita una creatura da lui composta. A prescindere dal valore letterario del libro, è interessante sottolineare che, per la prima volta, non è la natura che interviene nella formazione di un nuovo essere, bensì la scienza, per mani di un essere umano. Lo scienziato “pazzo” del libro ha il ruolo di creatore; ogni entità divina è lontana o assente e, quindi, si lascia intendere nel romanzo che l’uomo ha la possibilità di creare una propria sub-vita. Tale figura si riproporrà nella fantascienza. Gli scienziati pazzi ebbero la loro primavera nella cultura popolare nel periodo che seguì la seconda guerra mondiale. I sadici esperimenti dei medici nazisti sugli esseri umani e l’invenzione della bomba atomica diedero luogo ad autentiche paure.

Tornando alla letteratura, è opportuno citare, superando un vuoto di diversi decenni, Edgar Allan Poe; i suoi interessi riguardano principalmente l’orrido e l’ignoto; anche se la sua immaginazione non può essere definita, propriamente, scientifica, in Poe vi è un’esigenza di realismo, non si avvale di alcun intervento del soprannaturale né specula sulla presenza di divinità malvagie. Per Poe si evidenzia la caratteristica, particolare, dell’interesse per il futuro della scienza, per gli effetti che potrà produrre sulla società.

Nel frattempo, sorsero enormi città fumanti, innumerevoli. Le foglie verdi si contrassero davanti al respiro bollente delle fornaci. Il volto pulito della Natura fu deformato come se fosse devastato da un morbo odioso… e… causata prematuramente dall’abuso della scienza, la vecchiaia del mondo avanzò.

(Il colloquio di Monos e Una – E. A. Poe)

Per queste sue veritiere profezie e per una sua globale aderenza alla realtà, può senz’altro essere considerato uno degli autori, nella cui produzione compare il genere fantascientifico.

Mi viene per questo da citare, in associazione a tale esigenza, la grande opera cinematografica dell’espressionismoimages tedesco del 1927, Metropolis, film diretto dal regista austriaco Fritz Lang, il precursore nel cinema dell’archetipo dello scienziato pazzo con il personaggio di Rotwang, il genio maligno le cui macchine danno vita alla città distopica che dà il titolo alla pellicola, come un esasperato affaccio su un futuro terrificante, meccanizzato, disumanizzato e diviso da elite. I proletari (sotto terra a lavorare) e i ricchi (che godevano della vita facendo feste e riunioni). Rotwang è il prototipo dello scienziato pazzo in conflitto con sé stesso; benché sia padrone di un potere scientifico quasi mistico, egli rimane schiavo dei suoi desideri di potere e vendetta. La sua mano destra meccanica è diventata un marchio del potere scientifico distorto e viene riecheggiata nel Dottor Stranamore di Stanley Kubrick e nel romanzo Le tre stimmate di Palmer Eldritch (1965) dello scrittore statunitense Philip K. Dick.

3. Astrogazione. Il viaggio nello spazio.

Una delle leggi generali del divenire dice che ogni divenire dell’uomo presuppone un viaggio iniziatico verso l’esterno. Concretamente, la fantascienza suggerisce l’idea di un viaggio nello spazio come un di-fuori logico ed epistemologico, oltre che spaziale. Le prime soluzioni per compiere il viaggio verso la Luna mettono in gioco cannoni caricati a nitroglicerina (Verne) e sostanze gravitazionali (Wells). Infine arriva il razzo, e con esso l’idea moderna di astronave. Ma se il sistema solare diventa così a portata di mano le stelle, tuttavia, restano ancora troppo lontane. Tenendo conto del limite delle velocità della luce, infatti, anche l’astronave più perfetta sarebbe costretta a viaggi troppo lunghi. E quindi lo spazio non è più indifferenziato, ma si divide in interno (conosciuto, rassicurante, il sistema solare) ed esterno o profondo (la patria degli alieni: altre stelle, altre galassie, altri universi). Il confine si sposta, ma non cessa di esistere.

Il problema è: come giungere allo spazio esterno?

In risposta a tale domanda, arrivo a citare Isaac Asimov. Questo autore è noto nel genere di fantascienza, ma non molti sanno che ha inventato una molecola che ancora oggi, a distanza di cinquant’anni, viene citata nella letteratura scientifica o è addirittura l’oggetto principale dello studio descritto in un articolo. Nulla di sorprendente se non fosse per il fatto che tale molecola è immaginaria.

Nell’estate del 1947 Asimov era un giovane studente di dottorato in chimica alla Columbia University. Da circa un anno svolgeva ricerche in un laboratorio chimico, e di lì a poco avrebbe dovuto iniziare la stesura della tesi di dottorato. Asimov si era già guadagnato da nove anni una buon fama di scrittore di fantascienza, pubblicando numerosi racconti su alcune riviste del settore, in particolare Astounding Science-Fiction. Come amava raccontare, dopo anni passati a cercare di scrivere in modo chiaro e semplice, temeva di non riuscire ad usare lo stile «pomposo ed involuto», come ci si aspettava da una normale tesi di dottorato.

In laboratorio Asimov studiava la velocità di reazione di un enzima, e più volte al giorno doveva sciogliere in acqua del catecolo, una sostanza chimica particolarmente solubile. Osservandone i cristalli dissolversi istantaneamente a contatto con l’acqua, Asimov pensò che se il catecolo fosse stato ancora più solubile, avrebbe addirittura potuto sciogliersi prima del contatto con l’acqua. Nacque così l’idea di scrivere un finto articolo, identico nella forma ad un normale lavoro scientifico, sulle proprietà di una molecola dalla solubilità talmente elevata da sciogliersi prima del contatto con l’acqua. La redazione del finto articolo Le proprietà endocroniche della tiotimolina risublimata sarebbe stato un ottimo esercizio di «scrittura pomposa ed involuta». L’articolo è un piccolo capolavoro di satira scientifica; tra grafici fasulli e tabelle di tempi di soluzione negativi, Asimov descrive anche l’endocronometro, e cioè l’apparecchio utilizzato per studiare le proprietà della misteriosa molecola, che poneva quesiti fondamentali anche di tipo psicologico e filosofico. Il fatto che la sostanza si sciogliesse prima dell’aggiunta del liquido aveva spinto a tentare di ingannarla, evitando di aggiungere l’acqua dopo la liquefazione. Ma la tiotimolina non si faceva ingannare così facilmente, e rimaneva ostinatamente solida. Si poneva il problema di capire come la tiotimolina, di struttura ancora sconosciuta, potesse «sapere» in anticipo se l’acqua sarebbe stata aggiunta o no. Inoltre, come in ogni articolo scientifico, Asimov cita precedenti studi sulla tiotimolina dai titoli al contempo semiseri ed esilaranti quali Determinismo e Libero Arbitrio, Applicazione della Solubilità della Tiotimolina alla Dialettica Marxista, e Iniziativa e Determinazione: sono influenzate dalla Dieta? Come dimostrato da esperimenti sulla solubilità della Tiotimolina, pubblicato dall’immaginaria «rivista di psicochimica».

Un modo per riuscirci consiste nel costruire un’enorme astronave dotata di un sistema di ecologia autosufficiente. Un piccolo universo chiuso, su cui prenderanno posto alcune persone, e i loro discendenti della decima generazione raggiungeranno la stella lontana. E’ impossibile compiere un simile viaggio nell’ambito di una vita umana, e anche se un giorno la nave dovesse ritornare al punto di partenza sarebbero passati molti secoli. Per consentire all’equipaggio originale di giungere a destinazione sono state elaborate parecchie tecniche di ibernazione grazie alle quali gli uomini resterebbero in condizioni di vita sospesa per tutta la durata del viaggio. Ma si tratta di procedimenti incerti, e anche se l’esito fosse quello sperato, al suo ritorno l’equipaggio scoprirebbe che sulla Terra sono passati diversi secoli.

Così Asimov inizia un didascalico riassunto della nota storia dei viaggi interstellari (nel racconto a pronunciarlo è l’ammiraglio Vernon, Comandante dell’Accademia Astronautica, che fa un discorso per il diploma della “Classe del ’22”. Durante la lezione conclusiva segue una terza soluzione che prevede di <<aumentare la velocità fino a valori prossimi a quello della luce>>.

Il tempo soggettivo rallenta e l’equipaggio avrà l’impressione di aver fatto il viaggio in pochi mesi. Ma per il resto dell’universo, il tempo viaggia secondo il ritmo normale, e quando l’equipaggio tornerà, scoprirà che, sebbene la sua esperienza non sia durata più di due o tre mesi, sulla Terra in effetti sono trascorsi alcuni secoli…da questo si deduce come i viaggi sulle stelle non siano pratici dal punto di vista psicologico…

Il problema si tinge di etica continuando a richiedere una soluzione. L’ammiraglio Vernon parla allora di una <<nave endocronica>> e racconta che la tiotimolina fu nominata per la prima volta da un semi-mitico scienziato nel 1948 di  nome Azimuth o Asymptote, ma che uno studio serio del composto non cominciò fino al XXI secolo, quando lo scienziato Ammirata elaborò la teoria della corrente ipersterica. Più tardi, altri scienziati trovarono modi di creare polimeri con le molecole endocroniche, permettendo di costruire con materiali andocronici grosse strutture come le navi spaziali.

La soluzione definitiva posto al problema delle grandi distanze interstellari è fondata sulle proprietà endocroniche di una sostanza chimica, la tiotimolina, che ha estensione anche temporale, così da reagire a un avvenimento che non si è ancora verificato. Per esempio, << se si è sicuri di aggiungere dell’acqua, la tiotimolina si scioglierà prima che l’acqua sia versata>>.

Ma allora cosa succederà se poi non sarà aggiunta acqua? La risposta è semplice. La struttura endocronica si tenderà nel futuro alla ricerca d’acqua e non trovandola, continuerà a procedere nel futuro. Se un’intera astronave è endocronica, cioè se gruppi endocronici sono fissati a intervalli frequenti allo scafo, è facile escogitare un congegno che fornirà acqua ai posti chiave della struttura, e sistemarlo poi in modo che sia sempre sul punto di versarla, senza in effetti farlo mai. In questo caso i gruppi endocronici si muovono in avanti nel tempo, portando con sé tutta la nave e quello che contiene, equipaggio compreso.

La dilatazione del tempo, in accordo con la teoria della relatività ristretta, formulata all’inizio del XX secolo grazie al lavoro di Einstein, Poincaré e Lorentz, è un fenomeno fisico che si manifesta nella durata di un evento, riconosciuto da un osservatore che viaggia a qualsiasi velocità. Queste dilatazioni diventano rilevanti a frazioni significative della velocità della luce.

Nella velocità con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, tale evento è ignorato. La dilatazione comincia a diventare importante quando un corpo si avvicina a velocità nell’ordine di 30.000 Km/s, ossia ad 1/10 della velocità della luce. Superata tale soglia e avvicinandosi sempre più a quella della velocità della luce, l’effetto assume un carattere dominante ( ΔT = Δtρ · γ )

ΔT = l’intervallo di tempo osservato dell’osservatore non solidale al sistema,

Δtρ = il tempo proprio (l’intervallo misurato dall’osservatore in moto),

tempoil fattore di Lorentz (sempre maggiore di 1 o uguale se gli osservatori sono in quiete uno rispetto all’altro)

Riprendendo la teoria dell’astronave endocronica che va alla ricerca dell’acqua per concludere l’evento dei gruppi endocronici della tiotimolina di cui è costituita, la dilatazione del tempo è rapportata all’avvicinarsi del momento in cui l’acqua può essere versata in un punto preciso della stessa; programmando la tiotimolina alla ricerca dell’acqua si riuscirà a gestire e modulare il suo spostamento lungo la griglia pentadimensionale (in qualsiasi direzione spazio-temporale), in quanto viene stabilito/programmato anticipatamente il punto in cui l’astronave di tiotimolina raggiungerà il punto prossimo di vicinanza con l’acqua, fermandosi al momento esatto. Si può anche congetturare che un congegno simile possa essere applicato ad una parte/motore della stessa. Supponendo che esista un materiale di questo tipo nell’universo, e considerando che l’immaginaria tiotimolina si scioglie prima di arrivare a contatto con l’acqua, un’astronave reale si proietterà nella fase di reazione all’approssimarsi del contatto con essa; viene da sé ritenere che l’avvicinarsi all’acqua è molto semplice da modulare lungo l’asse del tempo e dello spazio: perciò se un materiale X reagisce con un materiale Y, verrà impostata la reazione lungo l’asse spazio-temporale e il materiale X percorrerà la strada. Ciò si ottiene programmando la “tiotimolina” (o altra sostanza analoga) attraverso un sistema affine alla teoria della computabilità tramite procedimento automatico, ovvero posizionando in un punto della griglia l’approssimarsi della reazione o la reazione stessa e tale sostanza non fa altro che percorrere il tracciato più veloce ai fini di risolvere l’evento. Tornando alla fantascienza, tale discorso permette di collocare il viaggio di un’astronave nello spazio esterno rispetto al sistema solare, all’interno di una griglia pentadimensionale (Kaluza-Klein). (Avola, 2016).

Riassumendo:

– la fantascienza produce teorie scientifiche autonome (per esempio la macchina del tempo e l’iperspazio, assiomi accettati da quasi tutti gli autori);

– la logica interna della fantascienza si sviluppa nel tempo attraverso vere e proprie rivoluzioni scientifiche e una teoria può essere abbandonata e sostituita da una più efficace (non basta imputare la fortuna di un tema alle oscillazioni del gusto popolare: un tema può risultare inadeguato, o esaurire le sue potenzialità in un basso numero di racconti). E’ stato possibile anche registrare per ogni problema più soluzioni possibili, distribuibili da un asse che separa un punto di vista <<positivista>> (Asimov e, con alcuni distinguo, Heinlein) da un punto di vista <<critico>> (Sheckley, Dick);

– il sistema della fantascienza non è chiuso. La fantascienza ingloba continuamente frammenti di dibattito scientifico reale e, viceversa, le scienze vere non sembrano del tutto immuni dalla cultura fantascientifica.

4. FTL

L’iperspazio salva ed aggira il limite posto dalla velocità della luce: questa non viene superata, e in qualche modo neppure raggiunta perché nel momento in cui la si tocca si è già altrove, in un altro spazio. La fantascienza non è priva di viaggi FTL (Faster Than Light <<Più veloce della luce>>).

Si possono dividere in due gruppi:

– quelli precedenti alla scoperta dell’iperspazio, che interpretano in modo delirante o erroneo la teoria della relatività di Einstein;

– quelli successivi alla scoperta dell’iperspazio, che tendono a combinare il limite della velocità della luce con i tachioni, ipotetiche (non solo nella fantascienza) particelle elementari più veloci della velocità della luce.

Intorno agli anni ’20 la fantascienza inizia ad assumere dimensioni galattiche. Nasce il sottogenere denominato space opera, delle Pattuglie Galattiche o Interstellari. Conseguentemente, si sprecano i <<motori ionici>> e le <<propulsioni atomiche>>, tra cui la <<propulsione non inerziale>> creata da <<Doc>> E. E. Smith(1), secondo il quale <<le teorie di Einstein non ponevano alcun limite alla velocità della massa non inerziale e che in un suo romanzo parla di una velocità di novanta parsec all’ora (il parsec è pari a 3,26 anni luce).

In Nuove mappe dell’inferno, Amis parla del <<deviatore spaziale>> senza citare alcun riferimento e sarebbe

una convenzione accettabile come tante altre, fondata com’è sul concetto che mentre vi è un limite teorico alla velocità a cui la materia può essere mossa nello spazio non vi è alcun limite del genere alla velocità a cui lo spazio può essere mosso attraverso lo spazio. Pertanto, se lo spazio che viene mosso contiene un’astronave, questa può venir spostata dai paraggi della Terra a quelli della stella del Cane in un pomeriggio o poco più senza per questo recare offesa ad Einstein.

Per ciò che si definisce nel secondo gruppo, l’iperspazio viene inteso come un luogo dove la velocità non è un limite massimo, o anzi è un limite minimo. Ad esempio, Lin Carter, in una space opera dai toni parodistici, parla dell’ <<interplenum>>, un <<universo artificiale di puro paradosso matematico>> in cui è possibile <<superare centinaia di volte la velocità della luce>>. Asimov chiama questo luogo <<ultraspazio>> o <<tachiunuverso>> e parla di un balzo che ha a che fare con il passaggio dai tardioni ai tachioni e viceversa. Heinlein nomina una certa <<propulsione Cherencov>>, senza altra spiegazione, se non che con essa <<si può coprire la distanza di quarantasei anni luce, come da Sol a Cappella, diciamo, in sole sei settimane>>.

In quest’ultimo esempio è evidente il riferimento all’ <<effetto Cherenkov>>, che si verifica quando una particella elementare carica (per esempio un protone) si muove in una sostanza (per esempio l’acqua) a una velocità superiore alla velocità della luce in quella sostanza (si è postulato un effetto Cherenkov anche per i tachioni).

La proprietà della causalità, un principio fondamentale della fisica delle particelle, pone un problema per l’esistenza della fisica dei tachioni, poiché se un tachione esistesse e potesse interagire con la materia ordinaria, la causalità potrebbe essere violata; non ci sarebbe più modo di distinguere la differenza tra futuro e passato lungo la linea degli eventi di una data quantità di materia ordinaria. Una particella potrebbe mandare energia o informazioni nel suo passato, formando un loop causale. Questo porterebbe a paradossi logici come quello del nonno, a meno che la teoria non sia impostata in modo da prevenirli. Secondo la teoria della relatività generale è possibile costruire modelli dello spaziotempo in cui alcune particelle viaggino più veloci della luce relativamente ad un osservatore distante. Un esempio è la metrica di Alcubierre.

Il loop causale della tiotimolina, ossia l’inganno di cui parla Asimov, potrebbe coincidere allora con l’informazione che la stessa invia dal futuro per la ricerca dell’acqua a sé stessa  in un lasso di tempo predeterminato dal futuro per compiere il viaggio la quale, non trovando risposta immediata si appresta a raggiungere ciò che gli serve per ottenere la reazione e cioè si appresta a raggiungere il punto di provenienza dell’informazione, sommando al processo anche l’attraversamento dello spazio. Perciò immaginando un’astronave composta da una sostanza che si comporta allo stesso modo, è possibile supporre che essa si muova lungo lo spazio-tempo per accedere ed attraversare uno spazio. Vederla “scomparire  dalla vista”  potrebbe voler dire che abbia tagliato lo stesso e si sia spostata in un altro piano e in un altro, fino al punto programmato, attraverso le coordinate della griglia dello spazio e poi nell’iperspazio, per mezzo delle stesse leggi, attraverso la dilatazione del tempo, percorrendo enormi distanze in un tempo proporzionalmente breve.

Il principio di autoconsistenza di Novikov afferma, inoltre, che il passato è immutabile. Più precisamente, in un anello temporale chiuso gli eventi devono essere determinati non solo dagli eventi passati ma anche da quelli futuri: per questo motivo è impossibile impedire un evento già avvenuto dal suo futuro; tutt’al più si può far sì che si verifichi.  Credo che per parlare di viaggi nell’interspazio si debba però considerare una tecnologia che possa compiere anche lo stesso principio a ritroso, invertendo il processo ovvero allontanandosi dalla reazione finale per giungere allo stadio iniziale, attraverso un percorso predeterminato dall’evento stesso, mantenendo inalterati gli steps dell’evento sulla linea temporale. (Avola, 2016)

5. Mitologia extraterrestre

La mitologia sugli antichi viaggiatori emersa nel ventesimo secolo è senza dubbio l’idea che gli alieni, atterrati sulla terra abbiano creato, controllato e sviluppato l’evoluzione umana dal punto di vista biologico e, probabilmente, anche dal punto di vista culturale. Riteniamo, umanamente parlando, che ci siamo solo per volere di un intervento alieno. Gli antichi visitatori ‘avrebbero voluto’ che gli esseri umani li vedessero come ‘dei’, discendenti dal paradiso ed in possesso di facoltà inconcepibili e, perciò, anche possibilimente responsabili del sorgere delle religioni verso di loro. Di conseguenza, il mito delle visite extraterrestri si interseca con esse, evocando frequentemente le storie religiose. Se gli alieni hanno fatto visita sulla terra durante la preistoria e sono i diretti responsabili dell’emergere e delle operazioni delle prime forme di civilizzazione, ci si aspetta che ciò abbia lasciato delle evidenze archeologiche. Queste nozioni sosterrebbero i tentativi di autori come Erich von Däniken (1968) nell’utilizzo di reperti archeologici come indicatori dell’effettivo intervento degli antichi astronauti.

Esistono diverse ipotesi sul cosiddetto paleocontatto, che sarebbe avvenuto tra la specie umana e specie aliene:

  • la specie umana sarebbe il risultato di una creazione programmata, ovvero di esperimenti genetici condotti da extraterrestri sugli ominidi che fino a quel punto si sarebbero evoluti spontaneamente sulla Terra in concordanza con la Teoria di Darwin e dunque, in questo caso, senza nessuna apparente contraddizione con essa. Il fine sarebbe stato quello di accelerare l’evoluzione spontanea della specie umana: adattamento evolutivo e neocreazionismo. Il principale argomento a sostegno di questa teoria è il tempo relativamente breve (300.000 anni) impiegato dall’Homo sapiens per giungere a un livello evolutivo mai raggiunto da altri organismi, pur presenti sulla Terra da centinaia di milioni di anni.

  • la specie umana avrebbe avuto contatti con extraterrestri sin dalle ere più antiche. Tali alieni sarebbero le divinità delle civiltà antiche (egizi, maya, aztechi, popoli della Mesopotamia, romani), raffigurati nelle loro opere d’arte. Altri indizi della presenza di extraterrestri in epoche passate sarebbero in testi come la Bibbia e il Rāmāyaṇa, o in opere letterarie di carattere epico. Gli extraterrestri si sarebbero manifestati anche in epoche successive: dipinti medievali e rinascimentali, specie a carattere religioso, mostrerebbero in cielo delle navicelle spaziali, a volte addirittura con angeli alla guida.

  • il ritrovamento di OOPArt, ossia “oggetti fuori posto” in quanto “fuori dal tempo” soprattutto sotto il profilo tecnologico rispetto alle temporizzazioni dell’archeologia ortodossa.

L’ipotesi del paleocontatto è stata fonte di ispirazione per un gran numero di romanzi di fantascienza, film e serie televisive. La teoria compare ben prima della sua attestazione sia in opere fantastiche sia nella saggistica, partendo dal romanzo Edison’s Conquest of Mars di Garrett P. Serviss (1898) e dai racconti di H. P. Lovercraft Il richiamo di Cthulhu (1926) e Alle montagne della follia (1931). Punti di connessione con questa teoria sono presenti anche nel celebre racconto La sentinella (The sentinel in lingua originale) di Arthur C. Clarke e nelle sequenze iniziali del film di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio, che mi pareva inevitabile citare, col suo monolite nero.

Molte altre opere cinematografiche ispirate a questa teoria; uno dei primi è Moontrap – Destinazione Terra del 1989, il celebre Stargate del 1994, Alien v. Predator del 2004 e il più recente Prometheus di Ridley Scott. Per quanto riguarda gli anime giapponesi invece il più emblematico è Nadia – Il mistero della pietra azzurra (Fushigi no umi no Nadia – ふしぎの海のナディア, noto anche col sottotitolo internazionale The Secret of Blue Water) che riprende dal noto romanzo di J. Verne Ventimila leghe sotto i mari, ma anche da Due anni di vacanze, Cinque settimane in pallone e da L’isola misteriosa. Il Nautilus ed il Nuovo Nautilus riprendono la tecnologia di grandi navi spaziali. Il ponte del Nautilus riprende quello dell’astronave SDF-1 in Macross e dell’Alpha in Latitudine zero; l’aspetto del Nuovo Nautilus è basato sulla Yamato e sulla Andromeda de La corazzata Yamato e sull’astronave Moonlight SY-3 de Gli eredi di King Kong; il design del Red Noah, invece, è basato sulle fotografie artefatte degli UFO di George Adamski.

Nell’ambito videoludico la serie Assassin’s Creed prende spunto dalla teoria del paleocontatto raccontando che degli alieni molto simili agli attuali esseri umani, ma dotati di un intelletto e di una longevità superiore, riuscirono a modificare i geni dei primi ominidi presenti sulla Terra aggiungendo al DNA di questi ultimi una parte del loro codice genetico per creare il genere umano che avrebbero poi aiutato a progredire. Questi alieni col passare del tempo vennero considerati delle divinità e più precisamente essi divennero noti come gli dei romani.

Non è poi così distante da quanto potrebbe essere!

Per quanto la fantascienza abbia visto la propria codifica come genere solo nella prima metà del Novecento, gli extraterrestri compaiono già nella narrativa precedente, fin dall’antichità, in racconti filosofici, spesso in relazione al tema della “pluralità dei mondi”, o in satire a sfondo sociale e politico.

Con la nascita dell’ufologia alla fine degli anni quaranta e la corsa allo spazio durante la guerra fredda, gli extraterrestri hanno goduto di rinnovato interesse nell’opinione pubblica, diventando un popolare soggetto di indagine. Con gli anni sessanta-settanta della New Wave e della “fantascienza sociologica”, nella narrativa queste figure dimettono il semplice ruolo di mostri e crudeli invasori per venire descritti in modo più complesso nei loro aspetti psicologici e culturali, superando gli stereotipi precedenti e rendendosi più spesso protagonisti delle storie, assieme alla loro civiltà e al loro ambiente.

6. Alieni, scienziati pazzi, genetica.

Negli anni più recenti, si è avuta una proliferazione di studi accademici dedicati agli aspetti più intriganti della cultura popolare e del cinema di massa, anche sulla base del volere di questo come trasmettitore di messaggi all’umanità. Sulla scorta degli studi di Roland Barthes, di Michel Foucault, del post-strutturalismo, gli studiosi statunitensi hanno trasformato testi di tradizione differente in una nuova episteme del sapere, con tutti i vari fraintendimenti. Nel cinema fantastico convivono aspetti quali la storia della tecnologia applicata al cinema, la rappresentazione della tecnica e del progresso, lo sviluppo finzionale (o anticipatorio?) della scienza e della sua epistemologia, il legame tra letteratura e cinema di genere, via via fino al fertile rapporto che questo cinema intrattiene con i momenti storici in cui è prodotto. Uno degli aspetti più intriganti del fantastico è la figura dell’alieno; acquisizione abbastanza recente della fantascienza – la potremmo datare all’inizio degli anni Cinquanta – nasce nel dopoguerra statunitense, periodo in cui in America la parola d’ordine che si diffuse fu UFO, in virtù degli avvistamenti di cui non si conosceva origine e delle associazioni con le forze militari e la CIA a una spiegazione parallela, che vedrebbe la collaborazione o cooperazione di alieni con le forze di stato. Perciò l’alieno divenne un rompicapo da contemplare e raccontare, soprattutto in relazione al destino dell’umanità. Viene presto a raffigurare le peggiori fobie e i messaggi della nazione statunitense all’uscita da una guerra. Nascono i nuovi mostri dell’horror – dopo la grande emergenza all’epoca del muto e dei primi anni Trenta – e della fantascienza. Mentre il sangue ridiventa finzione, la morte è reversibile, lo smembramento è più ludico che terrifico per contro, il fantastico degli alieni incarna, invece, le nuove ‘ossessioni’ americane.

La figura dell’alieno si affianca a quella dello scienziato pazzo quando si tocca il tasto della sperimentazione genetica e delle creature ibride. Da una parte, quindi, si presenta evidente lo spauracchio di Hiroshima e Nagasaki, seguito dalla corsa agli armamenti e dalla sproporzionata potenza dell’energia nucleare (dalle mutazioni mostruose che essere hanno causato) e dall’altra parte l’utilizzo della medesima da parte di esseri umani perversi, capaci di mettere a repentaglio la propria vita allo scopo di vendetta, della tecnologia robotica e della genetica aliena nella creazione di forme di vita ibride e sanguinarie, pericolose per l’umanità. Il cinema di fantascienza si affolla di scienziati pazzi costretti dalla propria sete di conoscenza a surreali metamorfosi: in L’esperimento del Dr. K di Kurt Neumann, 1958, uno di essi incrocia il proprio DNA con quello di una mosca, dando vita a un essere ibrido e repellente -. Celebre anche il remake di David Cronenberg del 1986, intitolato semplicemente La mosca; in L’uomo dagli occhi a raggi X indexdi Corman, datato ’63, lo scienziato fa da cavia a un nuovo preparato in grado di fargli trapassare la materia con lo sguardo. Come non associare lo sguardo dell’essere ibrido di questa versione alla tipica forma utilizzata per rappresentare ed assomigliare la temibile creatura ad un tipico alieno grigio. In tutti i casi, lo studioso pecca di hybris, e paga a caro prezzo la volontà di sfidare le leggi naturali. Sono proprio queste istanze, infatti, insieme alla sensazione di aver compromesso un ordine universale immutabile, a turbare il cittadino americano, posto di anno in anno di fronte ai passi da gigante della scienza. Si sa anche che cinema e governo hanno sempre lavorato in sincro; si ricorda l’epoca fascista, il cinema stalinista e, perché non includere anche quello hollywoodiano.

Dott.ssa Debora Avola per Igno-rando

Note

(1) Triplanetary (trad. it. Triplanetario, Milano, Delta, 1973) e la serie del <<Lensman>>: Galactic patrol, 1938 (trad. it. Pattuglia galattica, Milano, Delta, 1974), Grey Lensman, 1939, Second stage Lensman, 1941, Children of the lens, 1947, tutti apparsi su <<Astounding>>. Sulle primitive astronavi a propulsione ionica, vedi Edmond Hamilton, Crashing suns, 1965 (antologia composta da tre racconti apparsi su <<Weird Tales>> tra il 1928 e il 1929: trad. it. I soli che si scontrano, Piacenza, La Tribuna, 1967, poi Milano, Rizzoli, 1979).

(2) Giovannoli, R., a cura di Eco, U., La scienza della fantascienza, Espresso Strumenti, Editori Europei Associati, Milano, 1982.

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