L’oro. Errori, costati cari

Sommario1. Introduzione 2. Circolazione monetaria: primordi3. Il valore sacro dell’oro4. L’oro: dettagli tecnici5. Dove si trova l’oro 6. Le conoscenze metallurgiche nell’antichità, le quattro leghe e il divino7. L’alchimia e il fine salvifico dell’oro – 8. Distillazione. Maria l’Ebrea (III secolo d.C.) – 9. La liquazione. Come “spremere” oro e argento dal rame – 10. Partizione dell’oro – 11. Ragguaglio delle espressioni in carati e millesimi per indicare il titolo dell’oro – 12. L’oro come capitale e il prezzo di mercato – 13. Basso Medio Evo e Rinascimento, un affaccioNascita del dollaro, suo fondamento, Bretton Woods – 14. Conclusione

1. Introduzione

L’oro fu tra i primi metalli ad acquisire un certo valore-ponte tra le prime merci di scambio nonché il paradigma dilingotti ricchezza che anche oggi gli è comunemente riconosciuto. Un simbolo che sorge consacrato agli dei e una successiva semantica, il quale valore intrinseco attribuitogli negli scambi delle merci, ha associato via via a tale metallo una ricchezza prettamente materiale, allontanandolo invece dal suo reale significato e valore come elemento puro ed incorruttibile, al pari dell’eterno proprio della divinità, dell’immortalità ed illuminazione. Per cominciare la riflessione, sarà illustrata un’analisi breve della storia della moneta come associazione tra oro e dominio su cui popoli, regni e nazioni si sono basati per millenni tra scambi di merci, domini e supremazia, in seconda istanza si descriveranno le caratteristiche di questo prezioso ed incorruttibile metallo secondo la sua naturalezza e per mezzo dell’arte della trasmutazione dei metalli degli antichi alchimisti, con specifico rimando alla tecnica della liquazione e della partizione. Si prenderà in esame la parola “ricchezza” attraverso rimandi all’oro in relazione al divino e all’accostamento di questo concetto alla ricchezza materiale in termini di abbondanza e vastità, nonché al potere di una nazione o di uno stato, tramite l’utilizzo del divino stesso come paradigma tramite l’uso esasperato dell’oro da parte delle istituzioni religiose più devastanti della storia, soprattutto quando queste hanno rappresentato il Potere nel mondo, creando fraintendimenti assolutamente voluti. L’equazione oro = ricchezza economica si è affermata con le vicende dei dominii, dell’economia e della politica economica della storia del mondo; va riportata e diffusa, nella mentalità mondiale, una coerenza precedente le colonizzazioni del significato primordiale nonché puramente esoterico dell’oro.

Ben presto, l’Era dell’Acquario porterà grandi sconvolgimenti che faranno comprendere agli esseri umani la realtà del mondo spirituale e delle leggi che lo reggono. Ma la nuova vita che nascerà da tali sconvolgimenti, supererà qualunque immaginazione in quanto a bellezza, splendore e armonia. Tutte le creature sparse nel mondo, che lavorano in segreto alla realizzazione del Regno di Dio, si ritroveranno per agire, e le fortezze dell’ignoranza, del materialismo e del dispotismo crolleranno. Vi dico questo, e sarà così: niente potrà impedire l’arrivo della nuova epoca: l’Età d’Oro. (Omraam Mikhael Aıvanhov)

2. Circolazione monetaria: primordi

Fin dai primordi dell’umanità, si affermò la necessità di assumere un solo bene come unità di misura e si giunse – grazie all’adozione di uno strumento d’intermediazione – a ridurre il numero dei prezzi; nel caso di dieci cose da scambiare, il numero dei prezzi si riduceva a nove, poiché il prezzo della cosa impiegata come mezzo di scambio era sempre uguale ad uno (ad esempio dieci “unità” di mandorle per nove “unità” di cacao). Era necessario scegliere cose non facilmente aumentabili, come pietre o conchiglie, non imitabili in quantità illimitata dai falsificatori, come i tessuti, e, soprattutto, non deperibili, come i cereali o il bestiame, che fu tuttavia una delle principali merci di scambio e dal cui nome latino, pecus, da cui la parola pecunia. Ecco che quindi, attraverso una reiterata eliminazione, si è giunti ai metalli, la cui scelta va attribuita ai sumeri, ai quali pare debba andare anche il merito di aver inventato – già nel 4000 a.C. – la scrittura ed il computo aritmetico, sviluppando la serie infinita dei numeri con un loro sistema basato sul dodici. II sistema duodenario, per chi si ricorda, è stato alla base fino alla fine degli anni ’60 della suddivisione monetaria inglese. I sumeri, avendo ideato queste cognizioni, non avevano tuttavia un vero e proprio sistema monetario; essi stabilirono di fissare il corrispettivo di singoli oggetti o prodotti in argento oppure oro, ma questi metalli, consacrati agli dei, erano ammassati e salvaguardati dai sacerdoti nel tempio.

Credendo che il pallido argento fosse sacro alla divinità lunare, come l’oro coi suoi bagliori di fuoco era sacro al sole, e stabilito il rapporto fra i movimenti di rivoluzione dei due astri di tredici e un terzo, assunsero questo stesso rapporto (1:13) quale proporzione fra il valore dell’oro e quello dell’argento. Per strano che possa sembrare, tale rapporto è stato valido fino ad una ventina d’anni fa, naturalmente tra frequenti momentanei sfasamenti.

Alla base del sistema sumerico fu la libbra d’argento, poi detta mina, del peso di 436 grammi, ed era divisa in sessanta sicli, ognuno dei quali corrispondente a centottanta grani di frumento.

Presso gli antichi ebrei, il siclo era invece la cinquantesima parte di una mina e pesava quindi un po’ di più, equivalendo a duecentodieci grani. Secondo il Vangelo di Matteo, il prezzo per il tradimento di Gesù da parte di Giuda fu fissato in trenta sicli, poco più di duecento grammi d’argento.

A Babilonia troviamo il primo denaro in funzione di mezzo di pagamento: esso aveva un valore fisso che era ancorato a quello dell’argento, ma ben presto si diffuse sempre più largamente l’uso di un certo peso di rame, e più tardi di bronzo (una lega di rame e stagno) che aveva la forma di un’anitra. Non si capisce se la scelta della la forma di questo palmipede sia stata decisa per avere un oggetto facile da afferrare, oppure se tale oggetto simboleggiasse il valore commerciale di un’anitra.

Statere di Lydia periodo di Creso, 560-546 A.C., elettro

Statere di Lydia periodo di Creso, 560-546 A.C., elettro

Ma per giungere al precedente periodo dell’impiego dell’oro nella coniazione delle monete bisogna spingersi in Lidia (in assiro: Luddu; in greco: Λυδία), un’antica regione storica (e un regno dell’età del ferro) localizzata nell’Asia minore occidentale; questa terra, che a suo tempo comprendeva la zona costiera dell’Asia Minore e alcune isole, costituiva, dal punto di vista del metallo da monetare, un territorio ricco soprattutto di elettro naturale, il quale tuttavia non contiene mai percentuali costanti di oro, argento e rame. Questo fatto rendeva difficile la stima del valore del metallo e di conseguenza accordare i pagamenti. Già attorno al 600 a.C., compare difatti una lega prodotta artificialmente. Venne fissato il rapporto tra i tre metalli, semplificato il controllo e reso più sicuro l’uso delle monete negli scambi. Tutto ciò ha però veramente senso se le monete superavano i loro confini regionali di circolazione. Altrove c’erano altri territori ricchi di metallo prezioso; nel Mediterraneo occidentale per esempio l’argento era il metallo principalmente coniato. Su queste differenze di coniatura va collegato un cambiamento successivo nel regno di lidio, sotto Creso (561-546 a.C.). All’inizio del suo regno introdusse al posto dell’elettro un sistema bimetallico composto da monete d’oro e d’argento emesse parallelamente, la cui unità si chiamava kroìseios, statere d’oro di Creso. Vennero tagliati due pesi differenti di monete in oro e, senza entrare nel dettaglio, va considerato sempre il rapporto 1:13 Au/Ag. Tale rapporto si è quantificato a sua volta in una grandezza di valore nel suo rapporto di scambio con le merci e, addirittura con l’oro stesso. Per comprare oro puro serviva molto denaro e, questo ha determinato la speculazione sul metallo stesso. Diverse altre coniature, in base ai regni, si susseguirono in Grecia, la quale si basò su un sistema monetario utilizzato nei commerci interni ed esterni di cui si ricorda particolarmente anche quello con l’Egitto.

Il caso dell’Egitto vale la pena sottolinearlo. L’antichissimo regno dei Faraoni egiziani non

Tuthankamon, maschera funeraria

Tuthankamon, maschera funeraria

aveva monete proprie; non diversamente avvenne nel regno punico, che solo nella diretta competizione con il mondo greco durante gli scontri armati, che durarono molto in Sicilia, si vide costretto ad emettere moneta propria. Gli egiziani conoscevano e usavano da sempre metallo prezioso sotto forma di barre o pezzi da pesare. Solamente nell’ultimo periodo dei Faraoni, circa a metà del VII secolo a.C., fu concesso ai mercanti greci di fondare un emporio in territorio egizio, chiamato Naukratis, sul braccio canopico del Nilo. Pare che gli Egiziani non abbiano usato neppure in quel momento le monete greche che affluivano continuamente! Sono stati ritrovati dei tesoretti nel Delta del Nilo, che lasciano capire molto le condizioni dei Greci del tempo e decisamente meno quella degli Egiziani. Anche se ritengo abbiano voluto mantenere incorrotto il reale valore dell’oro che, non a caso, chiamavano la “pelle degli dei”.

3. Il valore sacro dell’oro

L’oro era già diffusamente conosciuto e apprezzato fin dal Neolitico. La sua brillantezza, la nuance che ricorda il sole, la sua resistenza al deterioramento hanno affascinato tutte le civiltà: l’oro venne designato sempre con nomi indigeni, tranne che in Grecia – tale dato, per contro, può essere sintomo di tutti gli errori della detta civiltà -; da ciò si evince che la sua conoscenza non si debba a popolazioni straniere, ma che anzi, appartenga alla tradizione di ogni singola civiltà.

Le tracce più remote dell’uso del prezioso metallo sono relazionate alla prosperità delle prime grandi civiltà sorte in Africa settentrionale, in Mesopotamia, nella valle dell’Indo e nel Mediterraneo orientale e risalgono al 4000 a.C.. Fin dalla Preistoria, dunque, possedere l’oro significava avere prestigio e potere, di rango, anche se tale potere ha assunto via via un significato superficiale e legato solo alle dinamiche della brama di onnipotenza: già intorno alla metà del V millennio a.C. la lavorazione dell’oro rifletteva l’alto livello di sviluppo raggiunto dalla comunità d Varna, in Bulgaria.

Tornando alla carrellata che l’antichità ci riconsegna alla memoria, dalla necropoli databile all’Eneolitico antico giungono svariati esempi della più antica lavorazione dell’oro in Europa: circa tremila manufatti aurei per un peso complessivo di 6 Kg di oro molto puro, introno ai 23,5 carati, lavorati già con tecniche piuttosto raffinate. Questi primi ritrovamenti indicano che gli oggetti d’oro in questa fase rivestono esclusivamente una funzione sociale di distinzione di classe.

In cinese il carattere chin designa oro e metallo. Ha lo splendore della luce; l’oro, si dice in India, è la luce minerale, ha carattere igneo, solare e reale, cioè divino. In certi paesi la carne degli Dei è fatta d’oro, così come lo era quella dei faraoni egizi. Le icone del Buddha sono dorate, segno di illuminazione e di assoluta perfezione. Il fondo delle icone bizantine, e talvolta anche quello delle immagini buddhiste, è dorato: riflesso della luce celeste.

In diverse regioni, e particolarmente in Estremo-Oriente, si ritiene che l’oro nasca dalla terra. Il carattere chin primitivo evoca le pepite sotterranee. Esso sarebbe il prodotto della gestazione lenta di un embrione o della trasformazione, del perfezionamento di metalli volgari. E’ il figlio dei desideri della natura. L’alchimia si limita a completare, accelerare la trasmutazione naturale: non crea la materia originaria. Quindi l’ottenimento del metallo prezioso non è il fine ricercato dai veri alchimisti, perché se l’argilla può, secondo Nagarjûna, essere trasformata in oro, Srî Râmakrishna sa bene che oro e argilla non sono una cosa sola. Il colore simbolico cinese dell’oro è il bianco, non il giallo che corrisponde alla terra. La trasmutazione è una redenzione; la trasformazione del piombo in oro, direbbe Angelo Silesio, è la trasformazione dell’uomo da parte di Dio in Dio. Questo è lo scopo mistico dell’alchimia spirituale. L’oro-luce è generalmente il simbolo della conoscenza, è lo yang essenziale. L’oro, dicono i Brahmana, è l’immortalità. Di conseguenza in Cina, come in India, si sono preparate droghe di immortalità a base d’oro. I capelli ritornano neri e i denti rinascono…, ma soprattutto, l’uomo che ha seguito questo regime diventa Shen-jen (Uomo Vero). Attraverso la conoscenza, e non per mezzo della droga, che ne è solo il simbolo attivo, egli raggiunge l’immortalità terrena.

Occorre ricordare inoltre, a proposito della perfezione, della primordialità dell’Età dell’Oro tradizionale, le età seguenti (dell’argento, del bronzo e del ferro) che sono le tappe discendenti del ciclo.

4. L’oro: dettagli tecnici

Fornendo una descrizione più tecnica, l’oro è un metallo nobile di colore giallo lucente, morbido (2,5-3 della scala Mhos), duttile, malleabile, molto pesante, inalterabile, buon conduttore dell’elettricità e del calore. Il termine che lo definisce in italiano deriva dal latino aurum e ha per simbolo chimico Au. In natura si trova sotto forma di unico isotopo, 197Au , che è stabile, ma sono stati creati in laboratorio parecchi isotopi radioattivi, a numeri di massa inclusi fra 177 e 203. L’oro generalmente si rinviene nei giacimenti in lega con l’argento e il rame e, più raramente, con il bismuto, il ferro, il piombo, l’antimonio, il selenio, lo stagno, il tellurio, l’iridio e il platino. Attraverso una lega contenente il 20% o più di argento, viene a comporsi l’elettro, dal latino electrum che deriva dal greco ἤλεκτρον cioè <<ambra; lega d’oro e d’argento>> (fonte Treccani) per la capacità dell’ambra di scambiare cariche microscopiche negative se strofinata.

Il vero <<motore>> della scoperta e della conquista del Nuovo Mondo da parte degli Europei fu certamente la ricerca dell’oro, quell’oro visto da Colombo e dai suoi uomini addosso ai caciques (cacicchi o capi locali) delle isole da lui visitate.

Questo metallo aveva però un’importanza nettamente diversa per gli uomini del Vecchio Continente e per quelli del Nuovo: se per gli Europei l’oro era prezioso soprattutto per la sua purezza (caratura) e per la quantità accumulata, tanto è vero che gli oggetti d’oro raccolti dagli Spagnoli venivano fusi in lingotti per essere più facilmente trasportati, per il Precolombiani l’oro vale soprattutto in quanto metallo del dio Sole (per gli Inca era il sudore del Sole), cioè per il suo colore che richiamava quello della luce e dell’astro celeste, e per la lavorazione alla quale era stato sottoposto, lavorazione effettuata in onore del dio e come simbolo di rango per i capi nobili che se ne sarebbero adornati, che lo impreziosiva ulteriormente.

Per gli abitanti dell’America Precolombiana, insomma, l’oro valeva principalmente per il colore e la lavorazione: essi non concepivano neppure la possibilità di arricchirsi ammassando oro. Bisogna inoltre sottolineare che ogni manifestazione artistica precolombiana non esisteva in quanto tale, ma valeva solo per il suo profondo significato religioso: gli artisti (orafi, lapicidi, artigiani dell’arte piumaria, mosaicisti, vasai, tessitori, …) non lavoravano per diventare ricchi e famosi, ma per onorare gli dei con il proprio lavoro.

Anche per l’argento vi era una simile considerazione; ritenuto il metallo sacro della Luna (gli Inca lo consideravano le lacrime della Luna) veniva lavorato anche il lega con il rame, per il rame stesso, il cui colore particolare, più simile a quello del sole in particolari momenti della giornata, lo faceva spesso preferire allo stesso oro, e per le diverse leghe usate dagli orafi(1).

5. Dove si trova l’oro

Oro nativo

Oro nativo

L’oro è uno dei costituenti dell’acqua marina allo stato di cloruro d’oro nella proporzione di 0,05 grammi per metro cubo; nei mari polari, arriva ad una concentrazione di 3-8 milligrammi al metro cubo. Anche alcuni organismi animali e vegetali hanno l’attitudine a fissare l’oro nei loro tessuti, dove in media è presente nell’ordine di 0,0002 p.p.m. (parti per milione). Ciò nondimeno, alcuni esemplari di spugne hanno rivelato un contenuto d’oro di 0,03 p.p.m. e alcuni muschi originari della Siberia contengono oro fino a 0,6 p.p.m. .

E’ presente nell’acqua, nelle piante e anche nei tessuti animali in proporzioni molto basse; le concentrazioni più alte sono presenti nelle rocce ignee, particolarmente in quelle acide, o in unione a filoni di quarzo o a rocce metamorfiche. Le fonti d’estrazione principali dell’oro sono i giacimenti, distinti in primari o epigenetici, in cui i depositi d’oro si sono formati successivamente alla roccia incassante, e secondari o singenetici, dove la mineralizzazione è pervenuta contemporaneamente ai sedimenti che la contengono.

I giacimenti primari si sono costituiti ai primordi della storia terrestre, che si fa risalire a circa quattro miliardi e mezzo di anni fa, durante il raffreddamento e il consolidamento del magma, oppure nella fase idrotermale successiva.

In essi l’oro si rinviene solitamente in filoni, dove è presente sotto forma di granuli in piccole quantità. La matrice in cui è incassato è costituita da quarzo, calcite, dolomite, baritina, ed è accompagnato da pirite, arsenopirite, argento e tellurio.

I minerali auriferi sono ripartiti in quattro gruppi: quarzo aurifero, in cui il quarzo costituisce il minerale base, all’interno del quale è distribuito l’oro; i solfuri d’oro, in cui l’oro costituisce l’unico minerale di valore; i solfuri d’oro che contengono metalli base di valore; tellururi d’oro, in cui il tellurio è combinato con l’oro nativo.

Con l’erosione delle rocce originarie attraverso miliardi di anni, le particelle d’oro in esse contenute, grazie ai successivi fenomeni di trasporto e concentrazione del materiale eroso, si sono accumulate altrove creando nuovi depositi, detti placers.

Questi placers sono i giacimenti secondari, i quali si suddividono in:

  • giacimenti eluviali, formati per effetti della degradazione di affioramenti di superficie, che si trovano sui pendii delle vallate;

  • placers fluviali o di torrente, dove l’oro nativo si trova mescolato a sabbia e ghiaia nei letti o lungo i bordi dei fiumi, soprattutto dove la corrente subisce rallentamenti;

  • terrazzamenti fluviali o banchi di placers, resti di antichi depositi fluviali che formano una specie di banchina lungo i pendii delle vallate;

  • placers di spiaggia, dove sulle rive sono concentrati accumuli di rocce erose, con l’oro conglobato;

  • filoni di profondità, o placers sotterranei, vecchi giacimenti sepolti anticamente da cumuli di terreno in spessore variabile.

Nei depositi alluvionali l’oro si rinviene in pepite, pagliuzze o polvere, e risulta facilmente estraibile anche con l’uso di soli attrezzi rudimentali, come la bateia. Tale operazione può portare ad alti livelli di concentrazione dell’oro, originariamente disperso in grandi masse: è proprio dai placers che provengono alcuni fra i più grossi e puri nuclei d’oro mai stati ritrovati(2).

6. Le conoscenze metallurgiche nell’antichità, le quattro leghe e il divino

Dovremmo attenderci che i fabbri egiziani fossero all’avanguardia nelle tecniche di lavorazione dell’oro. Però, non sembra che l’oro sia stato raffinato o purificato nel periodo persiano (525-332 a.C.), quando il metodo presumibilmente giunse attraverso le influenze persiane e siriache, e con esso gran parte dei miti e dei rituali legati alle tecniche(3). Agatarchide descrisse nel più tardo periodo tolemaico come raffinare l’oro con piombo, sale, stagno e crusca di orzo. L’abbassamento del titolo dell’oro, però, risale a tempi antichi, verso la fine della XVIII dinastia; gli anelli contengono fino al 75% di rame. In epoca neobabilonese o caldea la correlazione fra stelle o divinità e metalli si era ormai sviluppata. L’argento diviene il metallo di Marduk, l’oro quello di En.Me.Shar.Ra., il rame quello di Ea; una tavoletta attribuisce l’argento, l’oro, il rame e lo stagno ad Anu, Enlil, Ea, Nin-a-mal; altre tavolette pongono in relazione déi, metalli, piante e stelle.

In Egitto, Ptah di Menfi era <<maestro dei fonditori d’oro e dei fabbri>>, il suo tempio era la Fucina dell’Oro, i suoi sacerdoti avevano titoli come Grande Reggitore del Martello, o Colui che conosce il Segreto degli Orefici. La tradizione di Menfi come centro dell’oro fu ricordata dagli alchimisti. Ptah era un dio creatore e il suo ruolo cosmico era già stato formulato dai suoi sacerdoti all’epoca del Regno Antico. Echi del loro pensiero si possono ritrovare nei testi di ogni periodo, ma quella che sembra l’affermazione originale fu copiata sotto Shabko (circa 700 a.C.). Essa accetta gli déi di Eliopoli e di Ermopoli ma li subordina a Ptah che è posto sul grande (primevo) luogo; quindi Ptah come le Acque; poi Ptah-Naunet, la controparte femminile dello spirito dell’abisso; infine Ptah <<il grandissimo [antico] che è il cuore e la lingua della compagnia divina>>. Come creatore, egli rappresenta la sede dell’intelligenza (cuore) e l’organo dell’eloquio che traduce il pensiero in comando (azione). In tutto egli assume otto forme, di cui l’ultima é il loto. <<Il dio supremo è Ptah, che ha dotato tutti gli dèi e i loro Ka mediante quel [suo] cuore che apparve nella forma di Horo e quella [sua] lingua che apparve nella forma di Thot, entrambi i quali furono forme di Ptah>>. Lo vediamo così in una serie gerarchica di trasformazioni, pur rimanendo un’unica persona. Se i sacerdoti o gli artigiani applicarono questa concezione di lui ai processi metallurgici da loro presieduti (e nei quali in un certo senso egli si incarnava), essi si stavano avvicinando a una posizione proto-alchemica.

Se ci volgiamo agli alchimisti osserviamo che essi sembrano avere usato quattro metodi principali nella fabbricazione dell’oro: essi produssero leghe gialle con metalli vili come l’ottone; prepararono dell’oro a basso titolo; colorarono superficialmente metalli o leghe; cercarono di stabilire processi complessi in cui venivano usati liquidi distillati, o in cui i metalli erano sottoposti all’azione di vapori. L’ultimo metodo era quello importante. Le leghe simili all’ottone (comprese alcune di quelle di rame, stagno e zinco) che sono state prodotte in epoca moderna sotto il nome di similoro o princisbecco, erano note agli alchimisti. Essi le preparavano fondendo miscugli di rame, stagno, ecc., con kadmia (una mistura di ossidi metallici con proporzioni variabili di zinco, trovati nelle condutture delle fornaci). Questo materiale impuro e incerto non può avere offerto risultati regolari, e ciò può avere costituito la ragione delle diverse ricette della sua produzione. Per quanto riguarda le leghe di ottone, sembra che gli alchimisti ne abbiano preparate diverse con il rame come ingrediente principale, oltre a stagno, piombo, zinco, ferro, argento, mercurio, o alcuni di questi. La duplicazione dell’oro comportava spesso l’uso di rame e argento. L’argento fornisce all’oro una sfumatura verdastra, il rame una tinta rossastra; la miscela di rame e argento non alterava pressoché per nulla la tinta. L’alchimista interpretava l’effetto come dimostrante che l’oro come seme agiva sul rame e sull’argento, crescendo a loro spese, finché l’intera massa non diveniva oro. La colorazione superficiale era probabilmente intesa per quello che era, almeno in un certo grado; essa viene detta tintura e non fabbricazione dell’oro. Allora come oggi venivano usati tre metodi principali. Il metallo era rivestito da una lacca gommosa colorata; venivano spalmate delle soluzioni così da formare uno strato sottile di solfuri; il metallo comune nell’oro a basso titolo veniva rimosso dalla superficie da sostanze corrosive in modo da lasciare in mostra uno strato d’oro sufficientemente puro (il corrosivo doveva essere qualcosa come triossido di zolfo, ottenuto calcinando solfati di ferro e di rame). Ma il processo alchemico tipico comportava sostanze volatili, spiriti, e veniva compiuto mediante distillazione e sublimazione. Tutte le raffigurazioni di apparati o di laboratori mostrano gli strumenti per l’impiego di tali sostanze volatili. Solo tali apparecchiature potevano essere immaginate nell’atto di estrarre lo spirito da un corpo e reinfonderlo in esso.

7. L’alchimia e il fine salvifico dell’oro

Le testimonianze più antiche di metallurgia alchemica sono due ricettari (i papiri di Leida e di Stoccolma) di

Papiro di Leida

Papiro di Leida

procedimento operativi, ripartiti in quattro sezioni: la produzione dell’oro, dell’argento , di pietre preziose, di coloranti. In essi è presente, seppur in modo frammentario, la cornice interpretativa che compare nei più antichi trattati propriamente alchemici, Physikà kaì mystikà (III secolo d.C.) attribuito a Democrito e Operazioni manuali (III secolo d.C.) di Zosimo di Panopoli, i quali collocano le operazioni metallurgiche in un contesto filosofico impregnato dall’idea che il vero sapere si ottenga attraverso la rivelazione dei ‘segreti’ della natura e che sia orientato ad un fine salvifico in cui la perfezione dei metalli si riflette – dapprima forse solo metaforicamente – sull’artefice stesso. Per quanto il corpus ermetico ellenistico non comprenda scritti alchemici, Zosimo cita più volte Ermete Trismegisto, mostrando così che già all’inizio si percepiva l’affinità tra due ricerche orientate entrambe verso l’idea di perfezione: spirituale per l’ermetismo, materiale per l’alchimia. Utilizza immagini di altra pregnanza simbolica e sacrale per descrivere la trasmutazione, radicandosi nella concezione ermetica della materia caratterizzata dall’idea dell’unità animata dal tutto. L’attribuzione ad Ermete dell’invenzione dell’alchimia è dunque un chiaro segno della matrice non aristotelica della dottrina trasmutatoria, nonostante l’idea del metallo perfetto, concepita come produzione artificiale dell’entelechia dei corpi metallici, può far considerare l’alchimia anche un po’ “figlia della filosofia greca”. Nei secoli successivi la trasmutazione poté così essere compresa sia in termini filosofici, considerando la serie dei metalli come una sola specie in cui individui si collocano su gradi diversi di realizzazione della forma specifica, sia in termini animistici, laddove i metalli sono visti come stadi embrionali dell’oro, il cui tempo del parto può essere accelerato dall’opera dell’alchimista.

8. Distillazione. Maria l’Ebrea (III secolo d.C.)

Una piccola parentesi va aperta in proposito, sulla base del seguente principo:

Se non rendi incorporei e non rendi corporee le cose prive di corpo, il risultato atteso non ci sarà.

In esso è implicita una continuità tra la dimensione corporea e quella incorporea o “spirituale”, che operativamente si coglie nel processo della distillazione. Il principale contributo dato a questa pratica di laboratorio consiste nei primi apparecchi distillatori di Maria. Fu però Zosimo, discepolo di Maria, a esplicitare le valenze religioso-salvifiche delle pratiche di laboratorio.

9. La liquazione. Come “spremere” oro e argento dal rame

La liquazione(4) si basa su un fenomeno chimico-fisico che comporta la separazione tra due metalli per variazione della solubilità reciproca al variare della temperatura.

Immaginiamo due metalli perfettamente solubili tra loro allo stato fuso e che diventino meno solubili o, addirittura, del tutto insolubili allo stato solido, man mano che diminuisce la temperatura: in queste condizioni è possibile ottenere una loro completa separazione durante il raffreddamento. E’ il caso del rame e del piombo.

Infatti il piombo si scioglie nel rame (e nelle sue leghe come bronzo rame-stagno) quando entrambi, ad alta temperatura, sono allo stato fuso, mentre è praticamente insolubile allo stato solido. Durante la solidificazione si ha la separazione del piombo sotto forma di globuli negli spazi interdendritici. Le dimensioni dei globuli sono in funzione, oltre che della percentuale di piombo presente, anche della velocità di raffreddamento della lega.

Micrograficamente il piombo si presenta sotto forma di piccoli globuli scuri, dispersi tra loro, quando è contenuto in limitate percentuali, o di globuli grigi di notevoli dimensioni, a struttura granulare, quando è presente in elevata percentuale.

Il fenomeno della liquazione è stato sfruttato per ottenere oro ed argento eventualmente presenti nel rame metallico, grazie al fatto che questi due metalli, nel corso del raffreddamento, tendono a concentrarsi nel piombo ancora allo stato liquido, abbandonando di fatto il rame già solidificatosi. In pratica la separazione dei due metalli preziosi dal rame avviene aggiungendo elevate quantità di piombo¹ al rame aurifero (e/o argentifero) fuso. Si parte quindi da un’unica fase omogenea allo stato fuso: durante il successivo lento raffreddamento il piombo e il rame diventano insolubili e si separano; i metalli preziosi si spostano dalla lega con il rame alla lega con il piombo per un fenomeno detto segregazione. Il piombo, arricchitosi di oro e di argento, per ora resta in ogni caso intrappolato nella matrice cuprifera.

Tuttavia, se a questo punto i lingotti della lega rame/piombo vengono riscaldati dolcemente, arrivando alle modeste temperature necessarie a garantire solo la fusione del piombo arricchito con l’oro e l’argento, senza tuttavia raggiungere quelle che causerebbero la fusione del rame, dai lingotti di rame “geme” o, se si preferisce, “trasuda” il piombo fuso che porta con sé i due metalli nobili, lasciando come residuo dei pani porosi di solo rame.

E’ però necessaria un’altra condizione perché il “sudore plumbeo” possa liberarsi dal rame: il piombo deve essere presente in quantità elevata tale da formare una fitta rete interconnessa di pori e canalicoli, aperti verso l’esterno, attraverso i quali una volta fuso esso possa sfuggire dalla matrice cuprifera che lo imprigiona. Ecco la ragione dell’inquartamento.

Si ottiene così per liquazione un piombo che contiene buona parte dell’oro e l’argento inizialmente presenti nel rame; è poi possibile ricorrere ai metodi già visti dalla coppellazione per separare i due metalli preziosi dal piombo che è quindi servito solo come mezzo solvente per recuperare i metalli nobili.

La descrizione operativa della Fratta² della separazione dell’argento dal rame (che fonde a 1084°C) per il tramite del piombo (che fonde a 327° C) è molto suggestiva:

Se il Rame (fattone prima saggio di poca quantità nella coppella) tiene in se buona quantità d’Argento, si fonde in Manica, ò catino, aggiungendovi la terza parte di Piombo: se non è così ricco d’Argento, se ne aggiunge la quarta parte sola, e così mescolati assieme se ne fanno formelle alla giustezza di due in tre dita circa, e larghe à beneplacido; il che si eseguisce lasciando scorrer il Metallo in forme apprestate, e contigue alla Manica, il quale raffreddato, da quella si leva con la Forchetta di ferro, e si pone in altro luogo, acciò che nella forma così calda possa scorrere altro simile metallo.

Queste formelle vengono di seguito collocate di taglio su un forno lungo costruito in modo da convogliare il metallo che fonde in un canale e raccoglierlo in un recipiente.

Aggiustato ogni cosa, si da fuoco in uno stesso tempo per tutto co’ carboni accesi, & in mezz’hora in circa le formelle cominciano à sudare, e stillare il Piombo, il quale cade fra carboni, e scorre per il lungo del focolare, e scende in un catino sottopostovi, bel lutato di buona creta, ben cotto e ben caldo. Stilla dunque il Piombo, e seco se ne porta l’Argento che era nel rame, il quale come Metallo non così facile a liquefarsi, resta spugnoso, e non poco contaminato per la compagnia havuta del Piombo.

Analoga descrizione del processo, in modo più sintetico ma più moderno, la possiamo trovare nell’opera di uno dei padri della chimica moderna, il chimico svedese Jӧns Jacob Berzelius (1779-1848), che a proposito della liquazione scriveva nel suo Trattato di chimica 3° Tomo, pagg. 76-77, pubblicato a Napoli nel 1838:

Questo metodo viene impiegato in grande: consiste nel fondere il rame argentifero con due parti e mezzo di piombo, e colare la massa fusa in focaccie grosse e rotonde. S’introducono queste focaccie in un fornello particolare, in cui il calore basti per fondere la lega d’argento e piombo, ma non per fondere il rame. Il piombo e l’argento scolano allora, ed il rame contendente un poco di piombo rimane senza essere fuso. Si purifica in seguito l’argento mediante la coppellazione.

In Spagna, al tempo dei Romani, per estrarre l’oro dal rame venne applicata proprio la liquazione, procedimento che permise di accrescere ulteriormente la produzione aurifera del mondo antico. Questo nuovo sistema per l’estrazione dell’oro venne in uso nel primo secolo a.C. e andò assumendo crescente importanza.

Il limite di questo processo è che l’oro e l’argento, recuperati dal piombo mediante coppellazione, rimanevano intimamente legati tra loro, in un reciproco rapporto che dipendeva esclusivamente dalla natura dei minerali cupriferi di partenza. Era allora possibile, dopo la coppellazione, raggiungere finalmente la separazione dell’oro e dell’argento? Sì, mediante la tecnica della partizione(5).

¹ Quantità variabili da un terzo a un quarto del peso del rame da trattare, a seconda del tenore di Au e Ag; da qui il termine inquartamento.

² Marco Antonio della Fratta et Montalbano “Pratica minerale” Bologna, 1678.

10. Partizione dell’oro

Si pongono in un vaso, o capsula di grès o porcellana i grani o pezzetti ottenuti, vi si aggiunge da 3 a 4 volte la massa di acido cloridrico (HC1), detto anche acido muriatico, e si riscalda moderatamente su bagno di sabbia.

Quando tutto è sciolto, si versa il liquido (divenuto bruno per la presenza dell’oro) in altro vaso, restando sul fondo l’argento in polvere grigia. Questo si lava più volte e si fonde, le acque si aggiungono all’acido contenente l’oro.

Si rimette al fuoco quest’ultimo, e riscaldando lentamente si fa precipitare l’oro, versandovi, a poco per volta, una soluzione di solfato di ferro.

Levato l’oro che sarà in polvere scura ed in piccoli cristalli, si lava prima in acqua pura, poi in acido nitrico, indi ancora in acqua, e infine ben asciugato si fonde con salnitro e borace. Quest’oro sarà quasi puro, a circa 998/1000.

Si può usare anche l’acido nitrico o l’acido solforico a caldo, che non intaccano l’oro mentre sciolgono gli altri metalli. Per ottenere un buon risultato, necessita la proporzione di 75% Ag e 25% Au (in quarto). L’oro si fonde in crogiolo di grafite in presenza di borace. Industrialmente si usa il processo elettrolitico con bagno di cloruro d’oro a 60-70 °C e catodo di foglie d’oro.

11. Ragguaglio delle espressioni in carati e millesimi per indicare il titolo dell’oro

1 carato equivale        a    41,67/1000

6 carati equivalgono  a    250/1000

8  >>       >>               >>  333,33/1000

12 >>      >>               >>  500/1000

14 >>      >>               >>  583,33/1000

18 >>      >>               >>  750/1000

22 >>      >>               >>  916,74/1000

24 >>      >>                >>  1000/1000

Il saggio dell’oro si effettua solo mediante a coppella a fuoco, e prende il nome di saggio per via secca(6).

12. L’oro come capitale e il prezzo di mercato

La caratteristica di rappresentare un cosiddetto bene rifugio, ha grande influenza sul prezzo dell’oro(7). Solitamente quindi il prezzo tende ad aumentare in periodi di instabilità politica o di incertezza economica, che portano la maggior parte degli investitori ad abbandonare gli investimenti a rischio per, appunto rifugiarsi, nell’oro. Bisogna però tenere conto del fatto che, come l’oro è considerato il bene rifugio, allo stesso modo il dollaro è considerato la valuta rifugio. Perciò un parallelo aumento dell’oro e del dollaro dovrebbero annullarsi, o perlomeno calmierarsi a vicenda. Tuttavia quasi mai questo accade, anche perché materie prime e valute hanno tempi e modi di reazione differenti. L’oro ha solitamente reazioni più brusche alle notizie, e non è raro vederlo guadagnare o perdere decine di dollari in pochi minuti.
La quotazione del petrolio invece, più che influenzare tende a rispecchiare quella dell’oro. E’ facile infatti notare come il prezzo del petrolio sia influenzato sostanzialmente dagli stessi fattori che influenzano quello dell’oro: un attentato, una guerra, il crollo di un’economia, avranno l’effetto di far impennare parallelamente i prezzi di oro, petrolio e dollaro.
Anche lo stato di salute di alcune importanti economie mondiali è variamente collegato all’andamento dell’oro. Se infatti un’economia come quella statunitense si può dire inversamente correlata al prezzo dell’oro, all’opposto le economie dei paesi emergenti sono direttamente correlate: i paesi in forte crescita economica infatti acquistano quantità di oro sempre crescenti.

Negli ultimi anni infatti India, Cina, Russia e altri paesi sono cresciuti in maniera costante e parallelamente è cresciuta la loro richiesta di materie prime, energia e oro. Altre economie correlate o che influenzano il prezzo dell’oro sono quelle di Australia e Sudafrica che, insieme ai già citati Stati Uniti , Cina, Russia ed al Perù, sono i maggiori produttori del prezioso metallo.
I più grandi detentori di oro fisico sono ovviamente le varie banche centrali. Esse non detengono più l’oro come controvalore della moneta circolante, ma lo mantengono come riserva e a volte lo utilizzano per operazioni di politica monetaria.

Quelli elencati sono a grandi linee i principali fattori che determinano o possono influenzare il prezzo di mercato dell’oro, che permettono di capire il perché di una variazione del prezzo, ma non sempre di poter prevedere l’andamento futuro. Non bisogna mai dimenticare una regola fondamentale comune a tutti i mercati, ossia che questi tendono ad autoalimentarsi. In parole povere se un grosso operatore decide ad esempio di iniziare a comprare oro, perché ha dato maggiore peso ad una notizia oppure ad un indicatore economico, spesso tutti gli altri operatori lo seguiranno, moltiplicando così l’effetto di variazione del prezzo. Perciò potremo assistere a grosse variazioni in concomitanza di eventi di poco conto, o all’opposto non vedere reazioni ad importanti avvenimenti.

13. Basso Medio Evo e Rinascimento, un affaccio – Nascita del dollaro, suo fondamento, Bretton Woods

Le Crociate schiusero agli Stati occidentali la via del commercio con l’Oriente(8). Prima d’allora, per secoli e secoli, il Mediterraneo era stato infestato dai pirati saraceni che avevano interrotto gli scambi tra Italia e Provenza, tra Italia e Impero di Oriente. Prima, durante e dopo le Crociate fu necessario creare un imponente servizio logistico, del quale s’incaricarono le città portuali italiane, prime fra tutte Venezia e Genova.

E collateralmente, per l’imponente necessità di disporre di monete più valide per gli scambi con gli altri Stati, nascono nel secolo decimoterzo il genovino, il ducato (da duca, doge) ed il fiorino. Quest’ultimo, emesso da una potenza quale Firenze, che contava già allora centomila abitanti con il suo re senza corona Cosimo del Medici, banchiere dei Papi, – ebbe il suo riconoscimento in una bolla pontificia -, fu battuto ininterrottamente fino al 1737, ed ebbe imitazioni in Francia, Germania, Boemia ed Ungheria. Il ducato veneto, coniato fino al 1797, fu invece largamente imitato a Roma dal Senato Romano, a Malta e nei paesi dell’oriente fino all’India.

Pillar Dollar, 1740

Pillar Dollar, 1740

Nel secolo XVI iniziò lo sfruttamento organizzato delle miniere d’argento di Schwaz in Tirolo e di Joachimsthal in Boemia; dalla desinenza della parola Joachimstahl avrà origine la moneta tallero. Da tallero per deformazione verrà poi la parola dollaro, il cui simbolo – una S tagliata da due righe parallele verticali – , deriva da un tipo di moneta del 1600 circa; si tratta del pezzo oggi chiamato pillar dollar – o dollaro delle colonne – cioè di una moneta che, battuta dalla Spagna nelle sue colonie americane, recava al rovescio le colonne d’Ercole – antica raffigurazione mitica dello stretto di Gibilterra – con un festone ricurvo a forma di esse sul quale era inciso il motto “Plus ultra” (locuzione latina che significa andare oltre, superare i limiti. Secondo la mitologia questa iscrizione fu scolpita da Ercole sui monti Calpe e Abila presso lo Stretto di Gibilterra, le cosiddette Colonne d’Ercole, creduti i limiti estremi del mondo, oltre i quali era vietato il passaggio a tutti i mortali).

Il sistema monetario internazionale creato con gli accordi di Bretton Woods dava al dollaro ed alla Federal Reserve il ruolo di perno del sistema. Infatti il nuovo sistema, detto anche Gold-Exchange Standard era basato su di una sola moneta, il dollaro americano: tutte le altre monete erano definite in dollari e solo il dollaro era definito in oro. Il riferimento all’oro nel rapporto di 35 dollari per un’oncia d’oro, presupponeva che non ci sarebbe stato uno scivolamento incontrollato da parte della Federal Reserve e che essa avrebbe cercato di mantenere il valore reale della propria moneta.

In questo sistema le diverse monete nazionali (eccetto il dollaro americano) avevano un tasso di cambio fisso, ma aggiustabile in caso di bisogno a condizione del consenso degli altri membri. Nel tempo la convertibilità delle monete in rapporto al dollaro era incorniciata da un cambio minimo e da uno massimo, che impedivano a queste valute uno scarto di più del 2% rispetto alla parità iniziale fissata.

14. Conclusione

Monete in oro nei commerci furono largamente condivise come semplificazione dei pagamenti delle merci in terre esterne a quelle della coniatura di appartenenza e da questo metodo non si esentarono i domini del Sacro Romano Impero; più oro si acquisiva più era potente nei confronti degli altri. E così la Chiesa, che nel periodo pagano fiorì di emblemi in oro, chiese e basiliche dallo sfarzo oltre misura (perché alla rappresentazione del divino non doveva essere posto un limite .cit); più forte era la rappresentazione, maggiore era l’importanza di quella religione così come di un impero, in quanto rappresentativo della deità (da qui sono consoni tutti i vari approfondimenti a riguardo) e dell’onnipotenza, così come della perfezione.

Se ci soffermassimo sul concetto che, anzitutto, l’oro si può estrarre anche dal rame, e che il rame è riciclabile dai rottami (il recupero del rame dei rottami copre ormai più del 40% della produzione mondiale annuale) ci accorgeremmo, a scapito di tutto quello che ha voluto affrontare questo articolo in fatto di ricchezza – e su cui si è affermata l’intera struttura dell’economia mondiale – che la considerazione che gli si è attribuito sin dai tempi della fioritura dei commerci dei Greci è stato frutto di un fatale errore di valutazione di cui stiamo gravemente affrontando le conseguenze. Non a caso, la Grecia è piena di periodi di crisi e svalutazioni lungo il corso della sua storia e questo ‘dettaglio’ , indice di un preciso imprinting, avrebbe dovuto lasciare intendere che forse gli Egizi, che avevano la considerazione corretta dell’oro – per loro mai divenuto moneta – sono stati il popolo/parametro del suo giusto utilizzo e dell’esatto valore. Se inoltre si pensa che l’oro è presente comunemente, in quantità minime, anche nei tessuti dei viventi oltre che negli elementi naturali, perché non ritenere che questi sarcofagi, così come il Buddha in oro, o – ad esempio – l’oro degli Inca, siano forme rappresentative della perfezione di esseri superiori dalle carni d’oro e che gli umani di queste ‘carni’ abbiamo fatto ricchezza materiale, guerre e motivo di distruzione e che il potere, così artificiosamente costruito, è invece rappresentativo delle sue debolezze ed è talmente lontano dalla concezione dei primi che questi hanno preferito lasciarci nel nostro brodo?

Dott. R. Spiz per Igno-rando

Note Bibliografiche

(1) Sette Religioni n°44, trimestrale, P. Pecchi, Le religioni precolombiane – 1. Società e senso del sacro, ESD Edizioni, ott-dic 2005 – 4

(2) Boyle R. W., “Gold: history and genesis of deposits” Van Nostrand Reinhold, New York 1987; Federici R. “Contributo allo studio dei giacimenti minerari” Cedam, Padova 1996; Pipino G. “Oro, miniere e storia: miscellanea di giacimentologia e storia mineraria italiana”, Museo storico dell’oro Italiano, Ovada 2003; Foster R.P., “Gold metallogeny and exploration” Blackie, Glasgow 1991; Cortese E. “Metallurgia dell’oro” Hoepli, Milano 1904; De Antonellis G., Bergamaschi G., Riva E., “La storia dell’oro”, Vallardi Industrie Grafiche, Milano, 1990.

(3) Lindsay, J., Le origini dell’alchimia nell’Egitto greco-romano, Ed. Mediterranee, Roma, 2001.

(4-5) Gobbo, A., La liquefazione, ossia, come spremere oro e argento dal rame, e La partizione dell’oro, ossia, alla ricerca della purezza assoluta Dispense I° anno – sezione Arte dei Metalli e dell’Oreficeria, Istituto d’Arte P. Selvatico, Padova.

(6) Gentile, A., Saggio metalli preziosi, Hoepli.

(7) http://www.apesodoro.com/oro-quotazione/chi-e-cosa-determina-la-quotazione-dell-oro

(8) Varallo, C., L’alto medioevo e il mondo islamico, http://www.cambiovarallo.it/storia-2.htm

(9) Marx, K., Il Capitale, 1867.

(10) Smith, A., La ricchezza delle nazioni, 1776.

(11) L’oro del Ticino e la sua storia, Bollettino Storico per la Provincia di Novara, XCIII, 1, 2000, pp. 89 – 184.

(12) Boccone, A., L’oro nell’antichità. Materiale, Storia ed Arte, Narcissus.me edizioni, 2014.

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