Artemide, molto più che la dea della caccia

Questo articolo è dedicato ad una persona molto importante nella vita di un’altra, la quale vuole ricordarle che non sarà mai dimenticata e che sarà ben custodita e presente, per sempre, nel suo cuore.

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Artemide raffigurata in epoca ellenica

Artemide ha un posto speciale tra le dee dell’Olimpo. Fin dai tempi più  antichi, a cui possa risalire la nostra conoscenza della mitologia greca, ci appare come una divinità panellenica; è pertanto impossibile indicare con sicurezza dove il suo culto e la sua figura siano comparsi per la prima volta. Come anche non si conosce il significato del suo nome, che gli antichi cercavano di spiegare con etimologie a base omofonica od etiologica, tutte ugualmente arbitrarie, fra le quali, tuttavia, alcuni dei moderni sarebbero disposti ad accettare quella che collega il nome della dea col verbo ἀρταμέω “taglio a pezzi”, in riferimento all’aspetto di Artemide quale divinità mortifera, cui si offrivano anche sacrifici cruenti. Chiari sono invece gli epiteti che accennano alla natura luminosa della dea; presenti già nella poesia omerica, risalgono evidentemente all’età micenea: aureo è il suo trono (Χρυσόϑρονος), aurea la sua conocchia (Χρυσηλέκατος), auree le briglie con le quali essa guida il suo carro celeste (Χρυσήνιος).

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Raffigurazione su vaso ellenico

L’origine e la natura lunare di Artemide conduce ad un ravvicinamento mitologico della sua figura con quella di Apollo, la divinità dell’astro diurno, ed è venerata insieme col fratello e la madre, in tutte le principali sedi del culto apollineo, come a Delo e a Delfi  – anche se un’altra tradizione collocherebbe la nascita Ortigia, localizzata secondo alcuni a volte a Efeso, altre a Siracusa, altre ancora a Calidone – . Anche ad essa è attribuito l’ameno soggiorno nel paese degl’iperborei e, come il fratello, adopera l’arco e le frecce (onde gli epiteti di ‛Εκηβόλος “lungi saettante”, di ‘Ιοχέαιρα “colei che ama, o che scaglia, gli strali”); ed anche per essa, trionfatrice di giganti e di mostri, si canta il peana.

Figura di estremo vigore e bellezza, impavida e dai valori rigorosamente votati alla purezza e all’armonia, figlia di Zeus e di Latona (a sua volta figlia dei titani Febe e Ceo, i cui poteri erano molto simili a quelli di Efesto, ovvero Vulcano), ebbe una nascita travagliata perché Era, moglie di Zeus, vietò alla madre di partorire su qualsiasi terra ferma. così Latona, inseguita dal serpente Pitone, vagando attraverso il Mare Egeo, trovò rifugio presso l’isola egea che per tale ragione il Dio dell’Olimpo creò non legata ancora alla terra e chiamò Delo, dove la dea della caccia e suo fratello Apollo finalmente poterono nascere. Questi in seguito uccisero il serpente, sul monte Parnaso, per vendicarsi delle sofferenze inflitte alla madre. Sorella gemella di Apollo e pertanto Dea del misticismo lunare di cui personifica la Luna crescente, è legata alle iniziazioni femminili; nel mito romano si equivale a Diana mentre gli Etruschi la veneravano con il nome di ArtumeSecondo la mitologia, Artemide, il “chiaro di luna”, nacque per prima e quindi aiutò la madre, “l’oscurità”,  a

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Artemide negli abiti tipici, il cane e l’arco con la faretra

partorire il fratello, la “luce del sole”: per questo motivo era invocata come protettrice dalle donne incinte e dalle partorienti, ricevendo l’appellativo di kourotróphos, “nutrice”, giacché custodiva i bambini e i cuccioli degli animali. Nonostante ciò, tuttavia, Artemide era descritta come una fanciulla selvaggia che amava soltanto la caccia e conservava gelosamente la propria verginità, patrona di tutte le giovani dalla nascita fino al matrimonio, momento in cui subentrava la protezione di Selene, la Luna piena. Il cervo (onde l’epiteto di ‘Ελαϕία), tra cui si ricorda la “cerva di Cerinea” e il cipresso erano fra i suoi simboli sacri, ma ne esistono anche altri tra cui cito il cinghiale, le tartarughe e le orecchie. Considerata eccellente cacciatrice e protettrice degli animali, regina di montagne e foreste, spesso è rappresentata nell’arte ellenica ed ellenistica con una corta e comoda tunica stretta in vita da una cintura,  sandali adatti alle foreste in cui per lungo tempo ha risieduto e una faretra sulla spalla. Energica, impetuosa, agile, libera ed irrequieta, meravigliosamente rappresentata coi capelli raccolti, la testa ben eretta ed un lungo ed elegante collo scoperto, dall’aspetto fiero e austero al contempo, lo sguardo impenetrabile e inaccessibile. Divenuta adulta Artemide chiese a suo padre Zeus di non dover mai rinunciare alla sua verginità e di conseguenza non contrarre matrimonio, di avere sempre a disposizione cani da caccia con basse orecchie ed infine possedere un carro trainato da cervi e tante ninfe come compagne sia di caccia che custodi dei suoi cani. Gli chiese di dedicarle quante più città e monti avrebbe egli desiderato anche se apertamente espresse la preferenza di voler vivere sempre nelle alture e che raramente si sarebbe avvicinata alle città.  La si rappresenta perciò accompagnata da fresche e belle ninfe e circondata da cani, correre lungo i laghi, i fiumi, le praterie e montagne attorniata da animali selvatici. Indomabile e crudele in contrapposizione a un carattere talvolta mite che dispensava solo ai meritevoli, maestra nell’ arte del corridore, del cacciatore e del tiro con l’arco. La si può ritrovare raffigurata in posture essenziali della caccia, della danza o appoggiata sulla riva di un ruscello all’ombra degli alberi, intenta nel riposarsi al termine di queste attività.

A testimoniare e confermare il valore e la priorità da parte della Dea rispetto alla propria verginità sono state tramandate fino ad oggi, le storie di Atteone, principe tibetano e del cretese Siproite, entrambi ammaliati dalla sua bellezza ed entrambi uccisi per aver posato lo sguardo sul suo bellissimo corpo nudo mentre, in momenti diversi, si trovava a fare il bagno presso le acque naturali di un fiume.  Inorridita da come il loro sguardo violava così impunemente il suo corpo trasformò entrambi i giovani in cervi e li fece sbranare dai suoi cani.
Come per il fratello gemello Apollo, anche su Artemide si raccontano storie d’amore, vendetta e coraggio. Tra le più conosciute vi è quella di Niobe, moglie di Aufione e regina di Tebe, la quale venne punita per aver deriso Latona,  denigrandola per aver concepito solo due figli a differenza dei suoi quattordici figli perfettamente suddivisi in sette maschi e sette femmine.
Per vendicarsi della vanitosa Niobe e difendere così l’onore della madre Artemide e Apollo uccisero quasi tutti i figli della regina di Tebe, ne risparmiarono appunto, solo due. Per il dolore insopportabile Aufione si tolse anch’egli la vita e Niobe venne tramutata da Artemide in pietra e scagliata in un luogo sperduto del deserto egiziano.

Come non fu accessibile ai corteggiatori perché sarebbe potuta appartenere solo al dio Amore, nonché Eros, non poté concepire altri accanto a lei. Una dea che si ricorda per il dominio universale ma al contempo per la custodia e la protezione della natura, dei fiumi, dei laghi, a Creta dei mari col nome di Βριτόμαρτις (“la dolce fanciulla”) o di Δίκτυννα (“inventrice delle reti”) –  culto diffusosi nelle isole attorno assieme a quello di Apollo Delfinio -, di ogni specie animale, alleviatrice del dolore del parto ma procuratrice delle doglie al contempo essendo legata alla Luna in contrapposizione al fratello gemello Apollo, protettrice dei neonati mortali che  come Ecate (la stessa essenza divina in altra personificazione) tramite un soffio donava l’Anima – la forza vitale. Accompagna le fanciulle fino al matrimonio, ovvero su quella stessa purezza di sentimento e di innocenza associata alla loro verginità. E’ anche la dea della morte che si scaglia come un fulmine per vendetta o punizione contro coloro che hanno procurato la sua ira, specialmente se contro i suoi principi (ad esempio i Niobidi) e, non da ultimo, la dea degli amministratori della giustizia, venerata nelle città e nei fori con gli epiteti di ‘Αγοραία ed Εὔκλεια .

Assieme al fratello fu una bambina indomabile, estremamente intelligente ed indipendente sin dai primi attimi; sapeva quello che voleva in maniera determinata, ad esempio nelle scelte dell’abbigliamento di cui, già partendo dai tre anni, aveva requisiti specifici, così come per le attrezzature del suo passatempo preferito, la caccia. Fiancheggiava il fratello contro Pitone, Delfi e Niobe.

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Ricostruzione del Tempio di Efeso

Inutile dire che fu tra le più complesse ed articolate divinità dell’Olimpo. Sempre nuova ed insubordinata, rappresenta la personificazione della giovinezza e del vigore. Incarna i giovani, gli elementi selvaggi presenti in ogni persona, indipendentemente dall’età. Ha inoltre un ruolo speciale nel passaggio dall’adolescenza alla maturità; è la dea della giovinezza, della purezza e, come si diceva, della verginità, stati in cui si è senza macchia, in cui la malizia non ha trovato ancora il suo terreno;  sono gli anni dell’innocenza,  motivo per cui Artemide, protettrice dolce e attenta dei bambini piccoli li tiene lontani dal male e da ogni rischio. E’ al contempo il potere della libertà della mente, della saggezza istintiva. Nell’eterna giovinezza, nella morale pulita e nella virtù, abolisce la soglia tra materia e spirito. Attraversa le porte invisibili che separano il cielo dalla terra e attraversa le galassie nell’universo finale. E’ l’essenza che scaglia le frecce che rompono le catene che legano la mente degli uomini alla materia, fino a spalancare le porte della coscienza, per questo è sovrintendente del processo di conversione delle anime al divino, vale a dire, di coloro che compiono l’apoteosi.

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Mappa del tempio di Efeso

Come per Apollo, Artemide fu paladina dei Troiani nella battaglia contro i greci sia perché il fratello era il protettore della città sia perché essa stessa nell’antichità era molto venerata nelle zone dell’ Anatolia occidentale.; a lei è sacro il sesto giorno di ogni mese, e, fra i mesi, quello in cui cade l’equinozio di primavera, e che porta il nome di Artemisio presso gli Ionî e i Dorî, di Elafebolione in Attica (dall’animale a lei sacro). Le sono dedicate molte ricorrenze, in passato molti sacrifici animali e anche oggi viene celebrata in  feste patronali. Il Tempio a lei dedicato a Efeso (Turchia) è considerato tra le Sette meraviglie del mondo antico,

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Alcuni resti

risalente a circa il 560 BC per via della stupenda architettura del complesso anche se oggi quasi nulla rimane tranne che le sue dimensioni. L’edificio più importante e più antico, denominato “D” dagli archeologi, fu costruito per ordine di Creso; di ciò abbiamo come testimonianza delle iscrizioni in caratteri Lidi e greci che si trovavano sulle colonne del tempio “D”. I lavori furono eseguiti dall’architetto Chersifrone. La fama del tempio nella antichità era legata al diritto di asilo che questo elargiva e crebbe molto per i racconti legati a personaggi illustri e alla vita religiosa della città. Fin dai tempi più remoti il denaro necessario al sostentamento del tempio veniva procurato dai pellegrini, dai mercanti che affollavano il tempio e dai sacerdoti che vendevano le carni usate per i sacrifici.

 

Misticismo e possibili associazioni di Artemide

Dove le varie forme indicano le fasi lunari (Selene come Luna piena, Artemide come Luna crescente, Ecate come Luna calante o Novilunio e Diana, che rappresenta, come le altre citate vergini, una Dea lunare, che letteralmente significa ‘la luce del giorno’ dall’arcaico divios o Diviana, che proteggeva la castita’ delle ninfe dai maschi) si potrebbe pensare che si tratti della stessa essenza divina che viene “nominata” a seconda di quale stato della Luna ne determina la personificazione. Perciò possiamo definire con questa dea una delle fasi della personificazione di un’essenza divina primordiale, poiché se dovessimo parlare di Ecate staremmo riferendoci ad una delle personificazioni della stessa essenza divina che però può anche essere Artemide. Ecate è una divinità triplice, detentrice dell’assoluto divino che, storicamente, presiede ad entrambi i principi della generazione, e’ bi-sessuata, vergine e autocreativa. Questo potrebbe rimandare alla volontà di Artemide di rimanere vergine a meno che non fosse “appartenuta” ad Amore. Fonti indicherebbero che anche se, tendenzialmente, chiedendo al padre Zeus di poter rimanere vergine, essa abbia avuto prole generando figli con un pastore che ritenne congruo a tale compito, nonostante questi si fosse inconsciamente e passivamente unito con lei nel sonno per volontà della dea. Essendo Ecate (oltre che un’entità psicopompa) una Luna calante o, semplicemente il Novilunio stesso ovvero, il momento in cui la Luna incontra il Sole nel fenomeno astronomico (e astrologico) della congiunzione, il Sole occulta la Luna coi suoi raggi e ci ritroviamo nel buio piu’ intenso del cielo stellato, o all’Imum Coeli della mezzanotte (la IV casa) del grafico astrologico, che volge a Nord. Il luogo, che gli antichi astrologi definivano piu’ lontano o profondo. Il buio e’, in realta’, la luce. E’ l’autocreazione per fusione dei due Luminari ad opera lunare.
Simbolicamente, Heket attendeva ogni mattina il levare del Sole (Dio Toth) per incontrarlo e vegliare su di lui, che usciva dall’Oltretomba.
La Dea Ecate e’, quindi, associata al glifo del Sole in Cancro, segno di base lunare, glifo formato da due archi (pesci), con a lato due cerchietti vuoti (i due Luminari), che si incastrano a spirale. Ecco perché si potrebbe ragionare sul fatto che Artemide ed Apollo fossero fratelli gemelli nati da Zeus e Latona; ovvero, quando queste divinità furono chiamate a presenziare più attivamente sulla Terra vennero ad acquisire tale personificazione. Tuttavia permane la loro essenza primordiale che non ha un nome quantificabile univoco, perciò si associano diversi culti a seconda di quale divinità essi siano divenuti nel corso dei tempi.

Artemide fu identificata con Giunone Lucina, con la Luna  e chiaramente Ecate come si accennava, ma anche con Selene che venne anche chiamata con il nome di derivazione frigia Méne, la cui radice etimologica significava “misura, computo”. Venne identificata anche con Prosperina, Agrotera, Afelia, Amarisia, Cynthia, Delia, Phacelitis, Potnia Theron, Kourothrophos, Locheia, Orthia, Ortigia, Phoebe.
Sotto il suo nome i Greci designavano diverse divinità, fra le quali molte straniere, che avevano tutte relazione con la Diana della mitologia greca-romana: per esempio la dea della Tracia Bendis, la Anaiti della Cappadocia e della Lidia, l’Artemide dei Persiani, la Dittima cretese, patrona dei pescatori e dei marinai e l’Artemide di Efeso, che veniva rappresentata con numerose mammelle ed il era il simbolo della fecondità.

 

Associazioni con Diana
Gli Italici la chiamarono Diana identificandola con la dea della natura, dei boschi e delle montagne.
Ebbe molti templi a Fara Sabina, sul Monte Algido  a Tuscolo.
Un tempio presso Capua e un celebre tempio presso il bosco di Ariccia sui colli Albani, dove il gran sacerdote conquistava la dignità ammazzando con le sue mani il proprio predecessore.
Nell’urbe aveva un tempio sull’Aventino e sul Palatino.
Gli scultori antichi la rappresentavano molto ed aveva un larghissimo culto; molti capolavori ellenici o ellenistici a lei dedicati sono sparsi nei musei di Europa.
Molte opere della letteratura greca ricordano Artemide, Diana e le leggende che le si riferiscono.
Le lodi più belle furono però scritte dai Latini, come Catullo, Orazio e Ovidio.

Un articolo  non riesce a contenere l’immensa complessità di questa divinità e  fornire un quadro generale del suo Essere, ritengo sia impossibile; ci si può avvicinare per lo meno a contemplare il concetto entro cui un’essenza divina così vasta acquisisca una personificazione volontariamente, un nome e perciò solo una parte quantificabile di sé stessa, di volta in volta. Ad ogni modo, la grandezza di questa dea resta indelebile nella Memoria dei Tempi e questo scritto vuole renderle omaggio.

 

Da S.R. a T.D.M.

Igno-rando

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