Storia delle mentalità sui costumi funebri in Occidente

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Oltre la morte…

La morte è il solo evento che gli esseri umani possono predire con assoluta certezza e, al contempo, lo stesso che molti di essi rifiutano categoricamente, poiché privi della consapevolezza di quanto avviene una volta oltrepassata la soglia che determina la fine della vita terrena. La confusione nella gestione delle emozioni legate a questo momento, ha condizionato il comportamento umano, concretizzandosi in differenti usi e costumi relativi alla sepoltura diffusisi, soprattutto, a partire dal periodo della rivoluzione scientifica; la fine del sistema geocentrico per quello eliocentrico, il conseguente cambio radicale di impostazione delle culture e dei dubbi che abbracciarono le religioni,  quelli sulla natura di Dio e, in sua relazione, la destinazione dell’anima. In riferimento all’uomo occidentale, alcune ricerche sugli atteggiamenti di fronte alla morte risalgono agli anni ’30  e proseguono con una materia che si può definire una vera e propria “Storia delle mentalità”, fondata da Huizinga con l’Autunno nel Medioevo (1932), seguita da Febvre, Bloch, Mario Paz, mentre per la modernità si ricordano Tenenti e Ariès. il corpus di queste ricerche si basa su una parte iconografica, relativa a come la morte è stata rappresentata attraverso le arti figurative nel tempo, seguita da  una letteraria e da una documentata attraverso le forme testamentali. Lo studio affronta il graduale cambiamento di mentalità nel costume funebre, come conseguenza dello sconvolgimento storico durante i secoli che spaziano dal finire dell’Umanesimo (ovvero dalla metà inoltrata del 1400) sino al  Verismo (fine XIX sec.).

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Dante rivolto verso il Purgatorio
Agnolo Bronzino (1530)

Un grande cambiamento risale al XIII secolo o un po’ prima, nel periodo che vide la luce l’enorme opera dantesca, la (Divina) Commedia, collegamento lampante alla disputa sugli universali. Fu un’epoca decisamente tormentata; si tentava di trovare una collocazione esatta alla via dell’anima e al discorso sulla morte. Quando ad esempio si afferma: «tutti gli esseri sono mortali», si attribuisce una caratteristica generale (l’essere mortale) a delle realtà concrete e particolari. Alla domanda “perché l’uomo è mortale?”, le risposte variarono nel tempo dando luogo a detta disputa, lunga dei secoli, da Porfirio (nel 300 circa) a Guglielmo d’Ockham (1300) e oltre. Ciò contribuì a comporre, in parte, persino l’origine della filosofia moderna e delle spaccature attuali su tale enigma.
Fino al XII secolo e oltre, in paesi come Italia e Francia meridionale, la disputa si tradusse in comportamenti da adeguare in maniera da favorire il defunto. Trasportato direttamente sino al sarcofago di pietra, veniva presentato col viso scoperto, a prescindere dal ceto di appartenenza (poiché si è tutti uguali nell’attesa del giudizio), e il corpo avvolto in un tessuto prezioso. Si prese l’abitudine di deporlo davanti all’altare durante una delle tre messe solenni celebrate per la salvezza dell’anima. Dopo di che il feretro chiuso, era poi dissimulato sotto ad un tessuto detto anche pallium sotto all’impalcatura di legno (la stessa in uso anche oggi, definita in Francia col nome di catafalco, XVII sec. ma che prima era detta chapelle o represéntation). Il giudizio dell’anima fu la chiave del modus vivendi di questa epoca.
Il cambio più incisivo di mentalità si verificò attorno al XVIII secolo, in piena epoca illuminista;  tipico di tale corrente è il rifiuto di ogni religione rivelata e, in particolar modo,  del Cristianesimo, ritenuto la causa degli errori e della superstizione. Da qui la scelta del deismo come religione naturale e l’identificazione della religione con la morale.  il deismo si ritrova nella maggior parte dei pensatori illuministi i quali, attraverso argomentazioni scientifiche, cercano di dimostrare l’esistenza di un Dio all’origine dell’universo. La meravigliosa macchina del cosmo fa infatti pensare che debba esserci come causa efficiente, non causa finale, un “eterno geometra”:
« Quando mi rendo conto dell’ordine, della prodigiosa abilità delle leggi meccaniche e geometriche che governano l’universo, dei mezzi e dei fini innumerevoli di tutte le cose, sono preso dall’ammirazione e dal rispetto…Io ammetto così quest’intelligenza suprema senza temere che mi si possa far cambiare opinione…Ma dov’è quest’eterno geometra? Esiste in qualche luogo oppure dovunque, senza occupare uno spazio? Non ne so nulla.» (Voltaire)
Un Dio quindi che non interverrà più nella creazione dell’universo che egli «lascia andare come va» e che non interferisce nella storia dell’uomo che alla fine non sarà né condannato né premiato per le sue azioni.
Nè condannato…né premiato? Né osservato? Perciò nemmeno giudicato?

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Maschera mortuaria di Dante

Sopra questi interrogativi se ne aprirono di più grandi. Non si comprendeva il fine che potesse avere l’anima, se avesse importanza o meno l’individualità in relazione alle leggi del cosmo; si cominciò a rifuggire dalla vista del cadavere e dall’esposizione di questi in chiesa. Si determinò un crollo delle certezze. Sorse, al contempo, l’usanza della maschera mortuaria, effettuata attraverso il calco della maschera del viso sul morto. Il fine era quello di ottenere la rassomiglianza del defunto sulla tomba. L’effige cadaverica non intendeva rappresentare un oggetto di orrore, un memento mori, ma l’istantanea del defunto, del suo volto nel dato momento senza però averlo davanti direttamente.  Il grande paradosso che si ottenne in quest’epoca, fu la volontà di evitare l’immagine del cadavere in carne e ossa ma di rappresentarla, al contempo, attraverso l’arte scultorea in un’azione viva coi tratti del morto (ad esempio in preghiera ma col volto cadaverico o riportante il motivo causante il decesso); una sostituzione della realtà bruta.

S. Maria orazione e morte

S. Maria orazione e morte
Campo de’ fiori

Troviamo nei cimiteri statuarie rappresentazioni sofferenti, ossee, cagionevoli e scene che immortalano la causa della morte. Tali statue prendono il nome di transi , in Francia. Le iscrizioni sulle tombe recitano immancabilmente lo stesso appello all’umiltà e al pentimento: “sarai presto come me, orrido cadavere, pasto dei vermi” (tomba di Guillaume de Harcigny), “chiunque tu sia, verrai abbattuto dalla morte. Resta qui, stai in guardia, piangi. Io sono ciò che tu sarai, un mucchio di cenere. Implora, prega per me” (transi a Clermont in Val-D’Oise).
Ricapitolando si verifica, fino al XV secolo, un’evocazione della morte realistica, con la presenza stessa del cadavere e, nel periodo successivo, tra il XVI al XVIII secolo, si tende sempre più  verso la sua nullificazione, alla sobrietà, dovuta al crescendo dei dubbi sulla destinazione dell’anima varcata la soglia finale della vita terrena.

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Morte e una Donna
Hans Baldung Grienn, 1517

La tendenza macabra del XV secolo, delle maschere spettrali, riaffiora dal XVI al XVIII caricandosi di un insistente eros e dei vizi capitali. Si entra nel periodo barocco, epoca di sfarzi ed abbondanze, soprattutto nell’arte scultorea, fatta di corpi carnosi e prorompenti. I vizi compaiono ancora in alcune opere di Kant, che vede nel vizio una espressione della tipologia umana o di una parte del carattere. Dall’Antropologia pragmatica di Kant, nell’Ottocento sono stati scritti grandi trattati, fino a diventare un argomento molto interessante e vasto tra filosofia morale, psicologia umana e teologia. Esempio ne è “La Morte” di Baldung Grien, che s’impadronisce della fanciulla toccandola in modo provocante. Alle scene di amore e morte si aggiungono quelle di tortura: san Bartolomeo scorticato vivo da carnefici dalla nuda corporatura atletica, sant’Agata vergine e martire alla quale sono strappate le mammelle e altro, appartengono allo scenario morboso. Il peccato, considerato in tale ambito, era punito e rappresentato attraverso lo spettacolo fisico della morte e della sofferenza. I corpi nudi raffigurati sulle tombe (Enrico II, Caterina de’ Medici), sono diventati uno scenario di bellezza (si sostituiscono ai cadaveri mangiati dai vermi e alle maschere spettrali).

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S. Bartolomeo scorticato, Duomo di Milano.

Questa esasperata esaltazione dei corpi ha creato una distanza che prima non esisteva, tra morte e vita ordinaria, calcando la mano sul peccato e sul fatto di dover inculcare nello scenario collettivo l’immagine del vizio legato alla sofferenza.
Perché la morte faccia davvero paura bisogna superare la voglia dell’assoluto e dell’illimitato dell’epoca romantica, raggiungendo la concezione materialista del Verismo, al principio del XIX secolo. In questo periodo, si cesserà addirittura di rappresentarla. La morte viene, improvvisamente, considerata nella sua accezione materiale; c’è una regressione totale in cui si è vinti dalla società e ci si lascia vivere dalla vita.
Cosa è cambiato?
Il concetto di anima, il rapporto dell’Uomo in relazione a Dio giocano un ruolo fondamentale. Appena l’essere umano, interrogandosi secondo le correnti storiche sul senso dell’esistenza,  ha realizzato di non riuscire trovare risposte scientifiche alla soluzione di tale enigma, si è abbandonato alla negatività. Il pensiero della morte terrorizza nel momento in cui  non si hanno certezze oltre tale superficie, oltre il mero evento. Sorge un sentimento di ripugnanza verso l’incomprensibile. Se questo Dio improvvisamente viene meno, dove si va quando si muore? E se, per assurdo, non si andasse da nessuna parte? Si va o non si va? Si è o non si é più?
Fino al XVII secolo non si concepiva la morte in quanto separazione dell’anima dal corpo, ma si considerava piuttosto un sonno eterno e misterioso dal quale prima o poi ci si sarebbe risvegliati; proprio in virtù di ciò la scelta del luogo dove riposare in pace fino al giorno della resurrezione era molto importante. L’orrore del XVIII secolo, pur mantenendosi vivo come dottrina negli uffici, venne tuttavia esorcizzato in modo che la gente non avesse più chiara un’idea dei quesiti su cui ardentemente si disputava. Molte pubblicazioni scientifiche dimostravano anzi che i cimiteri non sono mai stati insalubri, e che i casi straordinari citati dagli autori del tempo erano leggendari o mal interpretati per mancanza di basi scientifiche.
Pieni di strascichi, nella modernità, si arriva ad un punto di confusione totale.  “Penso, dunque sono…e se non potrò più pensare, non esisterò?” Per questo motivo la Morte è diventata qualcosa di inarrestabile e selvaggia, dalla quale si tenta di sfuggire con le ricerche sull’immortalità, con le pozioni per l’eterna giovinezza, con la chirurgia plastica che svecchia e l’allontana. Nella visione individuale, si è sempre più soli di fronte alla morte,  si viene privati dei tempi necessari, dei momenti di rito che precedono il trapasso; niente addi, non più richieste di perdono, niente preghiere o discorsi finali che, anticamente, necessitavano un  un tempo legittimo e condiviso dai familiari e dai cari, per “prepararsi”  assieme ad accogliere il momento. Vi è un sentimento materialista, di dolore dei membri della famiglia e dell’impossibilità di accettare l’evento che si sta scatenando verso il loro caro. Quante volte abbiamo sentito dire, anche se nel 2000: ” ho almeno avuto la soddisfazione  che lui (o lei) non si è accorto che moriva, nemmeno un attimo…” . Al contrario dell’approccio nel Medioevo, si muore, quasi di nascosto. Si rifiuta il lutto, si privilegia la cremazione, si abbandona il culto dei morti, il recarsi alle tombe, si sottraggono i bambini alla  visione dei procedimenti che la accompagnano. La morte è un tabù.

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Eterna giovinezza

Secondo la fisica cui l’uomo è stato abituato, tutto ciò che è reale è misurabile. L’impossibilità di catalogare e classificare le morte e l’anima ha creato in lui una sostanziale falla interiore; la storia occidentale ha portato il suo uomo a mettersi in discussione sino all’incapacità di comprendersi, con la reazione di sfuggire alla sua stessa natura, camuffandosi esteticamente per allontanare la morte senza dargli, apparentemente, troppo peso tra rituali e condoglianze.

Igno-rando

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